La macchina fotografica

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Sono quattro i nomi storici legati alla fotografia: Talbot, Niepce, Nadar, e soprattutto Daguerre.

Grazie a loro il concetto, la valenza e la possibilità di raffigurazione assunsero un nuovo significato nel disancorare l’immagine dal mondo pittorico in cui da sempre era stata relegata, rendendola capace di realizzare una forma di comunicazione fino a quel momento impensata.

Contrariamente a quanto si è portati a credere, il principio di azione fotochimica della luce che sta alla base dell’invenzione della macchina fotografica non è di recente acquisizione: fu infatti Aristotele a studiarne per primo i presupposti teorici, mentre l’idea di un apparecchio in grado di riprodurre un’immagine in modo non tradizionale, cioè senza ricorrere alla pittura, era già stata concepita nel IX secolo grazie agli studi degli arabi Al-Kindi ed Al-Hazen, che fornirono una prima descrizione  del principio della camera oscura come strumento in grado di proiettare su uno schermo immagini capovolte. Gli studi furono ripresi nel XV secolo da Leonardo da Vinci ed approfonditi nel secolo successivo da Barbaro, Benedetti e Della Porta che vi aggiunsero la descrizione dell’obiettivo. Il duplice problema connesso alla riproduzione dell’immagine, quello della sua proiezione e quello di una sua stabile ed inalterabile impressione, richiesero la messa a punto di invenzioni sempre più sofisticate, la cui realizzazione si legò imprescindibilmente agli studi ed alle scoperte in campo chimico ed ottico. Il foro stenopeico, nome scientifico dell’orifizio della camera oscura, nel corso del XVII secolo fu sostituito da una lente a menisco in grado di proiettare l’immagine su un vetro, dal quale era poi possibile ottenere una riproduzione su carta mediante ricalco. Il problema di rendere stabile l’immagine ottenuta senza ricorrere al disegno richiese l’approfondimento dello studio dell’azione eliografica, già considerata da Caio Plinio Secondo nelle sue osservazioni circa gli effetti della luce come causa dell’alterazione dei dipinti.

Durante il secolo XVIII, l’evoluzione del pensiero scientifico e la possibilità di rendere applicabile pressoché ogni assunto teorico fornirono ulteriore impulso allo sviluppo della tecnica fotografica. Tra i primi esperimenti volti all’ottenimento di una copia di un’immagine reale, quelli compiuto nel 1802 da Thomas Wedgwood e da Humpry Davy sugli effetti dell’esposizione alla luce del nitrato d’argento, portarono alla riproduzione di figure su carta e su tessuti impregnati con questa soluzione salina. I risultati raggiunti con tale tecnica di stampa a contatto, non bastarono tuttavia a realizzare una  duratura stabilizzazione delle immagini poiché gli effetti fotochimici della luce tendevano a far scomparire la riproduzione ottenute.

Nel 1807, William Hyde Wollaston progettò un apparecchio ottico dotato di un prisma a specchio, inizialmente utilizzato anche da William Henry Fox Talbot. Ricorrendo ad un supporto intermedio, Talbot riuscì ad ottenere un’immagine in negativo che veniva trasformata in positivo il suo trasferimento ad altro supporto per mezzo di un apparecchio ad illuminazione. Il problema principale rimaneva comunque sempre quello legato agli effetti chimici della luce, ed esso aveva rappresentato già nel corso del  XVIII secolo l’oggetto di molte ricerche.

Nel 1819 John Frederick Herschel, che adottò per primo il termine fotografia, osservò gli effetti della soluzione in acqua del tiosolfato di sodio e dei Sali d’argento, procedimento che sarebbe stato ripreso nel 1839 da Daguerre per ottenere il fissaggio delle immagini.

All’inizio dell’Ottocento Nicephore Niepce ottenne una matrice da stampa utilizzando l’azione delle luci su lastre di metallo ricoperte di bitume di Giudea, ma le immagini da lui realizzate risultarono illeggibili. Egli continuò tuttavia le sue ricerche e nel 1816 riuscì a fissare un’immagine su carta trattata con cloruro d’argento, ma fu solo nel 1822 che, con l’ulteriore approfondimento degli studi eliografici, gli fu possibile realizzare un’immagine durevole, ossia inalterabile alla luce, ottenuta con l’impiego di una lastra di rame ricoperta d’argento. Dal 1829 Niepce lavorò con Louis_Jacques_Mandè Daguerre, che nel 1837 sensibilizzò con vapori di iodio una lastra di rame argentato riuscendo ad ottenere una buona qualità d’immagine, resa chiara e positiva per effetto dei vapori di mercurio e di un fissaggio in acqua calda e salata. Era nata la dagherrotipia, una tecnica perfezionata da Daguerre  nel 1839 e che da lui prese il nome. La nuova tecnica, basata dunque sull’applicazione di principi ottico- chimici, fu ufficialmente presentata dall’accademia delle Scienze di Parigi, e da questo organismo riconosciuta come procedimento che si differenziava da quello sperimentato da Talbot in quanto l’immagine ottenuta con la dagherrotipia risultava direttamente positiva, il che valse a Daguerre l’attribuzione della paternità dell’invenzione della tecnica fotografica. Invenzione tuttavia non brevettabile per l’impossibilità già da tempo riconosciuta di poterne accertare la piena riscossione dei diritti, e perciò acquistata dal governo francese e liberalizzata.

Fu in realtà ad entrambi, a Talbot e a Daguerre che si dovettero le più importanti e risolutive ricerche sui procedimenti tecnici necessari per la riproduzione fotochimica delle immagini, ma i progressi continuarono, e vent’anni dopo lo stesso Talbot raggiunse un ulteriore perfezionamento della tecnica già acquisita grazie al principio da lui introdotto di riproduzione su carta sensibile, seguito poi nel 1851 dal processo al colloquio di F. Scott Archer, che nella sostanza scoprì le qualità adesive necessarie per rattenere gli elementi chimici indispensabili alla trasformazione in positivo diretto, dell’immagine .

Le impensate possibilità offerte dalla nuova e rivoluzionaria tecnica aprirono la strada a straordinarie applicazioni nei più svariati campi di interesse.

Iniziò intorno al 1840 il suo impiego come tecnica di reportage documentaristico con le immagini che Joseph-Philibert Girault de Prangey e Jules Itier realizzarono in oriente, Talbot si cimentò nel settore dell’illustrazione pubblicando, dal 1844, la raccolta The Pencil of Nature  24 tavole di suoi tesi ed immagini. In campo scientifico la sua capacità di riprodurre fedelmente la realtà fu ampiamente sfruttata nel settore medico e fisico, e trovò ampio impiego anche in più avventurose applicazioni, artefice principale delle quali fu Gaspar-Felix Tournachon, più noto con lo pseudonimo di Nadar. Gli studi da lui compiuto nel 1854  sulle tecniche fotochimiche al collodio lo portarono inizialmente a specializzarsi nella ritrattistica. A questo interesse egli sostituì ben presto quello che fu per lui il più importante settore di indagine sulle potenzialità insite nella nuova tecnica e nel 1856 realizzò, insieme al figlio Paul, le prime fotografie aeree di Parigi, inaugurando la stagione della ripresa da palloni o mongolfiere per scopi di rivelamento geofisico e cartografico, giungendo persino a concepire, nel 1863, un prototipo di elicottero a vapore. All’alba della seconda metà del secolo, con la sempre più ampia diffusione delle tecniche di stampa, era già evidente che l’impiego della fotografia si sarebbe enormemente esteso e pertanto, nel 1854, venne fondata la Societè Francaise de Photographie, organizzazione nata per promuovere lo sviluppo dell’attività di artisti e fotografi. La relativa semplicità d’uso, anche dei primi apparecchi fotografici, rese assai presto possibile l’uso personale dello strumento, dilatandone enormemente il mercato e l’utilizzo nei più disparati settori d’interesse. La fotografia cominciava dunque ad assumere un peso sempre più rilevante nel panorama industriale e la sua importanza fu ancor più sottolineata dalla riconosciuta valenza quale mezzo promozionale; in virtù della natura stessa della nuova tecnica, in grado di realizzare rapidamente ed in moltissime copie cataloghi illustrati, la documentazione delle innovazioni presentate in occasione delle grandi esposizioni internazionali assunse dimensioni enormi e transnazionali, i cui effetti economici  e di diffusione conoscitiva  furono di portata facilmente immaginabile.

Nel 1878, la scoperta del metodo additivo per il colore ad opera di Louis Ducos Du Haurun, fondato sull’enunciato formulato da J.C. Marwell secondo il quale è possibile ottenere ogni colore partendo da tre fondamentali, semplificò ulteriormente le possibilità e i risultati conseguibili con l’impiego della tecnica fotografica. Con l’introduzione, grazie agli studi di George Eastman nel 1888, della prima macchina con pellicola a rullo su supporto di celluloide, e con la costruzione, nel 1889, del primo apparecchio portatile, la diffusione e l’utilizzo della macchina fotografica  assunsero dimensioni inarrestabili ed una portata universale. Successivi perfezionamenti furono ulteriormente raggiunti da C. Cros e da  L.Ducos du Mauron, per essere poi ripresi e definitivamente compiuti nel 1914 da L. Lumiere.

Da rivista Ottocento N.2 dicembre-gennaio 2001

di Paola Viscomi

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