Hanno ragione i letterati

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Un pregiudizio assai diffuso tra il pubblico che legge, è la confusione tra il giornalista e lo scrittore, la pretesa che il secondo possa svolgere il lavoro del primo, tuffarsi nei viaggi nella cronaca, nell’avventura e raccogliervi una messa di fatti, di emozioni vissute, con cui nutrire le sue pagine narrative […]

Il buon letterato non può che fondarsi nel suo lavoro più coscienzioso, su un’armatura di abitudini mentali e di dirette sensazioni che coincidono col travaglio della sua adolescenza, con quella che si chiama la sua prima formazione […]

Semplicemente si vuol mettere in chiaro che la profonda umanità, la vena autentica, la schiettezza dell’arte, hanno radici non nella mole o nell’enormità dei fatti sofferti ma solo nella mente e nel cuore, nella chiarezza dello sguardo, nel suo monotono e martellante ricordo.
Ogni autentico scrittore è splendidamente monotono, in quanto nelle sue pagine vige uno stampo ricorrente, una legge formale di fantasia che trasforma il più diverso materiale in figure e situazioni che sono sempre press’a poco le stesse.

Diversamente accade invece al giornalista, allo schietto giornalista, di cui la pagina, l’articolo informano, elencano fatti, fotografano la vita e ne serbano l’accidentale varietà.

Scritto il 24/25 gennaio 1948, trasmesso alla radio il 4 febbraio 1948, pubblicato su “Il sentiero dell’arte” Pesaro 30 ottobre 1948
da La letteratura americana di Cesare Pavese

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