David Maria Turoldo

By

Nato nel 1916 a Coderno del Friuli, frazione di Sedegliano (Udine) da un’umile famiglia contadina, Giuseppe Turoldo (questo il suo nome al secolo) entrò giovanissimo nel convento dei Servi di Maria di Isola Vicentina. Prese i voti definitivi a Vicenza nel 1938, quindi nel 1940 divenne sacerdote e si trasferì a Milano, nel convento di San Carlo al Corso. Si impegnò nella resistenza antifascista, contribuendo alla costituzione della rivista clandestina “l’Uomo”. A Milano fondò anche, assieme al confratello Camillo De Piaz, il centro culturale Corsia dei Servi. Tenne per un decennio le prediche domenicali dal pulpito del Duomo, finché nel 1953 i superiori dell’Ordine, su richiesta delle gerarchie ecclesiastiche, lo allontanarono da Milano e dall’Italia. Fu in vari conventi in Europa, negli Stati Uniti e in Canada. Tornato in Italia nel 1955, dimorò in conventi serviti prima a Firenze, poi a Udine. Nel 1964 si stabilì a Fontanella di Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, paese d’origine di papa Giovanni XXIII, scomparso l’anno precedente: qui fondò la Casa di Emmaus e costituì il Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII. Morì a Milano il 6 febbraio 1992: le sue esequie furono celebrate dal Cardinale Carlo Maria Martini, che era stato un suo estimatore e a cui Turoldo aveva dedicato, con affetto e riconoscenza, il suo ultimo libro di poesie, mie notti con Qohelet, pubblicato postumo nel 1992. Così diceva tra l’altro l’autore nel testo introduttivo, intitolato più che una dedica:

Senza presunzione – spero – dedico questa mia privilegiata fatica a Sua Eminenza il Cardinale Martini, arcivescovo di Milano. Pendo di doverlo fare per varie ragioni: prima, per stima e gratitudine; stima per il suo spirito di umanità, di sensibilità e attenzione verso la poesia e i poeti. E’ la poesia a segnalare le svolte della storia, per capire i tempi bisogna ascoltare prima, o insieme, alla teologia, cosa dicono i preti. E Martini è uno dei pochi vescovi che sono segnati da questo carisma.
Altra ragione è che martini è uno dei più fedeli cultori della Parola. Non a caso ha iniziato il suo servizio apostolico a Milano invitando tutta la città e la diocesi a confrontarsi con la Parola: “In principio sta la Parola”. E dunque un’opera lirica ispirata tutta a un libro della Bibbia non può avere che un destinatario, appunto il Cardinale Martini, dalla cui paternità mi sento accolto come figlio: donde il grande debito della riconoscenza, per un frate della mia avventura, non è piccola grazia, in tutta la chiesa di dio.
Ma c’è un’altra ragione ancora più urgente è per dedicare il libro al Cardinale Martini. Una ragione che interessa anche il mondo laico della poesia. Non so se sia giusto parlare di mondo laico in fatto di poesia. La vera poesia non sopporta aggettivi: è poesia e basta! Voglio dire, riferendomi a Martini e ai poeti, che finalmente un uomo importante della chiesa è attento a mondo dei valori, il quale è il più decisivo rispetto a tutta la cultura. Per sapere di cosa il mondo patisce, bisogna – dicevo – interrogare i poeti: al di là di ogni personalismo, sono i poeti le antenne tese sul mondo, giorno e notte.

Tale è l’opinione circa i poeti e il loro ruolo culturale e profetico che Turoldo esprime sul finire della sua vita, sigillando anche questa parte della sua vocazione. La sua storia di poeta era cominciata pubblicamente tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, con le raccolte Io non ho mani (1948) e Udii una voce (1952) seguite da Gli occhi miei lo vedranno (1955).
La poesia di Turoldo nasce e ramifica dal sentimento di un paradosso, di un vero e proprio scandalo. Già nelle due prime raccolta citate, il poeta si avvia a esprimere una condizione internamente contraddittoria: “Gioiose doglie”, “tragedia/di sole”, “la certezza dubbiosa”… queste coppie di opposti indicano una compresenza, traducono cioè la sperimentazione della paradossalità come sostanza di vita e di conoscenza.
A ben vedere il nucleo pulsante di questi motivi è nel paradosso stesso della fede in Cristo, nel suo porsi come scandalo, cioè etimologicamente pietra d’inciampo, irriducibile alla sola ragione. Voglio dire che la rappresentazione ossimora come inerente all’uomo fa parte di Turoldo di una visione cosmica. Ciò che si compie con l’incarnazione è un mistero che contraddice l’onnipotenza della divinità perché si tratta addirittura di “un Dio/che muore” (Salmi penitenziali per la Settimana Santa del 1946 da Udii una voce). L’incarnazione è un grumo insolubile di contrasti interni, su cui la visione del poeta-sacerdote costruisce la sua straziata “teomachia”. Uso questa parola, sulla scia di Luciano Erba, perché il modo di intendere la fede, il sacerdozio e la stessa poesia (che nel sacerdozio e della fede è una sorta di residuo lavorato al fuoco, purificato, estremo) è incastonato nel dramma, come indica anche il titolo della raccolta postuma di testi poetici e interventi Il dramma è Dio (1992). Si tratta dunque di una sorta di lotta con il divino (nel Sesto Angelo, 1976, si usa la sinopia biblica della lotta con l’angelo), un divino che insegue, bracca, stana e non dà pace, non concede tregua alla creatura. Il motivo (che trova forse una parentela con quanto esprime Carlo Betocchi nel suo tempo maturo, in “A mani giunte”, dalle Poesie del sabato” del 1980: “allora il Vangelo ci insegue/come il veltro la preda agognata”) è continuamente presente. Si legge nel primo dei “Salmi penitenziali per la settimana santa del 1946”, dedicati all’amico scrittore Luigi Santucci:

[…]
Sei il nostro affamatore
non lasci cogliere i frutti
di questo giardino terrestre,
ove fioriscono rose, musiche, e mani
candide come i lini
dei Tuoi altari; e occhi
più splendenti degli astri.
[…]

Nel quinto dei “Salmi” si dice ancora:

Invece tu sei un Dio muto
l’Essere che non ha pietà.
Forse tu avevi bisogno del nostro
dolore, di questo figmento
commosso d’uomo?
[…]

Se, come si dirà nel Sesto Angelo,  “Credere è entrare in conflitto” (aggiungendo poi l’autore che “è proprio la fede [la mia fede di cui sono geloso] a farmi sentire così drammatico questo vivere”), la condizione del sacerdote è ancora più drammatica, essendo il sacerdote colui che ama, fino a consacrarsi – e fino a offrirsi come segno agli altri uomini – , un Dio lontano, inaccessibile per quanto venuto vicino, fattosi prossimo e fratello nell’incarnazione. Il dilemma primo, il nucleo del dramma è dunque di respiro mistico: l’amore per il Dio fattosi uomo e pure sempre velato, nascosto, lontano, silente (a questo proposito viene in mente il Luzi di “Non startene nascosto” in frasi e incisi di un canto salutare, 1990: “[…] / E poi l’incarnazione – si ripara/dalla sua eternità sotto una gronda/ umana, scende/ nel più tenero grembo/verso l’uomo, nell’uomo…sì,/ ma il figlio dell’uomo in cui deflagra/lo manifesta e lo cela…/ Così avanzano nella loro storia”), verso cui il sacerdote tende le proprie disperate richieste di unione, di ricongiunzione. Il tema ha una declinazione in Turoldo più che altro negativa, restando l’anelito alla piena fusione con il mare dell’essere divino un’aspirazione, non culminante nell’esperienza mistica unitiva. Tanto che la stessa pratica quotidiana dell’insegnare a credere si riassume in una sigla paradossale: “gioia sempre ho cercato/di donare senza misura/agli amici, alla gente:/persuaso che credere/è una festa./ma sempre additavo una fonte/cui mai/mi era dato di bere:/come ora che canto al mare/. Poi me ne andavo/ con il mio cuore/cavo//[…]” (“Non a te, Madre” da Il grande male, 1987)
Turoldo canta l’assenza dell’amato, la sua lontananza che accende e strazia. Con particolare nettezza espone la condizione straniata del credente e del sacerdote, teso a un Dio non afferrabile, “Così da sempre” (da Il grande male): “Tu/infinito/che mi avvolgi/ed io sempre/a una infinita7distanza./ Tu che incombi/fino a schiacciarmi/e io che non posso/raggiungerti/mai.” La poesia abita questo spazio, quello del “silenzio di Dio”, di ardente nerore, di buoi incandescente, come esplicitamente avverte l’autore nella “Ballata della disperazione”, che, uscita dapprima su “Sette giorni in Italia e nel mondo” nel 1972 (con il titolo “Ballata contro la disperazione”), viene ricompresa nella raccolta Il sesto Angelo. Qui è ad un certo punto la stessa poesia ad esprimersi: “Ma io vedo la tenebra splendere/come il roveto sacro/ e farsi notte il vostro giorno./[…]”. Lungo tale direttrice, si può arrivare a sfiorare una teologia di tipo negativo (cioè che definisce Dio come negazione di tutti gli attributi definibili), come in “Mai di te” (da Il grande male), e propriamente di teologia negativa si potrà parlare per alcuni dei Canti ultimi (1991), raccolta che recupera uno spessore reboriano e che tenta la lode mistica del Divino, sempre imprendibile e indefinibile, come risulta chiaro da “E lui che incombe”.
La poesia è dunque per Turoldo uno strumento non razionale di avvicinamento al mistero paradossale del Cristianesimo (“perché io sono il disagio del razionale/sono l’evocazione e l’annuncio/in diversa lucidità) Essa non è risoluzione e pacificazione del conflitto, ma sua massima espressione, apertura pericolosa e
arrischiata sul mistero, al pari della vocazione a servire Dio e gli uomini.
Turoldo, divenuto frate dei servi di Maria, sacerdote, predicatore, fa della parola poetica una sorta di intima verifica, di continua riapertura della ferita sanguinante che il sacerdote condivide con il Dio fattosi uomo e martire per amore. Tale parola non può dunque avere molto in comune con le esperienze circostanti: una tendenziale solitudine avvolge la ricerca di Turoldo, immerso in una tensione espressiva che guarda, più che alla fonte della modernità poetica, alla rocciosità dei Salmi, alle scritture mistiche, ai testi profetici e sapienziali della Bibbia. La strumentazione linguistico-retorica della poesia turoldiana è abbastanza economica e parca possono mantenersi qua e là arcaismi inerziali (come il frequente “ove”, come “onde”, come qualsiasi pronominale), si può dare qualche retorica insistenza, ma nel complesso la distanza da un codice poetico, sia tradizionale sia reinventato, è rivelante. Lo scarto investe ance le strutture e direi la “grammatica” della poesia moderna: l’”io” usato da Turoldo è quasi sempre l’”io” storico e il “tu” non è proiettivo o molteplice, ma per lo più identificabile con l’Altro radicale della divinità.
Come ha notato Angelo Romanò nell’introduzione al Sesto Angelo, quello di Turoldo è per la maggiori parte una poesia-discorso, che cerca la naturalezza e la leggibilità. Anche metricamente, l’uso frequente di misure tradizionali e magari di strutture strofiche non toglie la possibilità di un uso libero della forma, quasi mai chiusa.
Salmista della modernità occidentale (che egli rappresenta nelle ultime prove come languente, asfissiata, morente), Turoldo si piega da un alto sul mistero del Dio cristiano rivissuto  nell’intimo dissidio della propria condizione di credente e sacerdote, dall’altro su un continuo corpo a corpo con l’ingiustizia, il male, la sordità della storia, che sembra a sua volta contraddire, in un inacerbirsi di aporie, la presenza di Dio. Così accade in particolare nella raccolta di più lancinante crisi e più profonda inquietudine, Il grande male (1987). E’ in questa zona della sua espressività che i contenimenti formali possono farsi più blandi e il suo discorso procedere più trascinante e incontrollato, più aderente all’occasione storico-politica contingente, spinto da un’esigenza  di verità e di protesta, dal bisogno di chiamare la storia in giudizio: si pensi ai testi dedicati all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato nel 1980. Questo profetismo, che si abbevera agli esempi concreti della Bibbia, a partire da Isaia e Geremia, è senz’altro di tono diverso da quello isolato e in qualche modo autorecluso di un Fortini, così come è diverso da quello apocalittico di Pasolini, costretti l’uno e l’altro sul terreno dello storicismo. Turoldo, pur mosso da un sentimento drammatico della storia e del cristianesimo, che non risparmia le incertezze e le mancanze, gli accomodamenti della sua Chiesa, è tuttavia impegnato a richiamare l’attesa di una palingenesi, a postulare nella notte atroce dei morti e dei sacrificati lo splendore della mandorla divina, che si esprime appunto in forma di enigma.
Nonostante l’imperversare del male, Dio si rimpossessa continuamente della creazione, come si suggerisce in “Ma basterà qualche giusto” da Nel segno del Tau” (1988). Poesia come confessione e poesia come profezia, dunque. Nonostante il prevalere dei una parola energica e nuda, Turoldo spesso si riferisce alla sua esperienza di poeta come all’atto del “cantare”. Si direbbe un canto continuamente tritato e contraddetto, intimamente reso conflittuale e antimelodico. Anche dove più si avvicina a qualcosa di simile al melos, insieme lirico ed elegiaco, cioè nella zona in cui si grana la leggenda povera della sua fanciullezza friulana, dominata dalla figura materna, il poeta-sacerdote sente premere il senso della distanza drammatica, l’insorgenza della sua condizione di straniero. I testi più compatti e desolati, più risonanti e continui nella tessitura sono proprio quelli dedicati al semplice profumo di polenta della casa contadina, alla povertà illuminata dal volto materno, alla scoperta del mondo nella purezza di una condizione non contaminata. Sono testi scritti attraverso il filtro della morte, della scomparsa dei cari genitori: resa così essenziale e non puramente aneddotica, la favola dell’infanzia  friulana si colora nuovamente, con accento ancor più dolorante di toni anti-idillici e mistici. Il colloquio con i genitori assorti nel silenzio della morte è di nuovo il colloquio con Dio, in attesa che la sua Parola  si dissigilli definitivamente.
La poesia di Turoldo, si diceva prima, è parca di effetti, di colores retorici. Si pensi che la stessa tramatura metaforica è assai scarsa nelle sue composizioni. Proprio nella zona intima e nevralgica delle poesie sulla casa contadina, sull’infanzia, sulla madre e sul padre, si coglie qualche maggiore increspatura del tono discorsivo, qualche concessione immaginifico e metaforico-metamorfico. Le bare dei genitori sono “navi salutate da tutto il paese” in “Salmi in morte di mio padre e di mia madre”; la madre morta ha “la bocca piena di terra”. Quest’ultimo testo (chiuso da una rima baciata, risorsa fonica ben rara in Turoldo) è, forse, il capolavoro poetico dell’autore, anche perché tutti i motivi della sua poesia vi si coagulano, ma come armonizzati, uniti, fusi da un tono di abbandono e di elegia: c’è il ricordo dell’infanzia serena, c’è la chiamata rischiosa al sacerdozio, c’è la distanza drammatica di dio dal cuore e dai sensi di colui che lo serve, c’è l’Europa priva di speranza e tutto questo, in chiusa, offerto nel mistero dell’eucarestia, del corpo di Cristo (richiamati da un tecnicismo liturgico, la “patena” cioè il piattino su cui il sacerdote posa l’ostia durante la celebrazione della messa).
Si accennava in precedenza a un incupirsi della visuale, a un crescere del profetismo – nel senso della condanna e della sdegnata protesta – che si verifica nelle tarde raccolte del poeta, il grande male e Nel senso del Tau. Qui sul versante del discorso teologico, si può giungere al limite estremo di quel paradosso del Dio presente/assente di cui abbiamo parlato e costeggiare  l’evocazione del Nulla sfiorando gli esiti da “patoteologia” del Caproni ultimo : quello dei versicoli, dell’uccisione di Dio come forma di nostalgia per la sua esistenza.
Questa parentela con il Caproni tardo ci suggerisce quanto problematica e aperta, in qualche modo inclusiva a livello culturale, sia stata in certi momenti la poesia di padre Turoldo, in corrispondenza con la sua scelta a favore di un deciso ecumenismo. Il confronto, a tratti la quasi sovrapponibilità con Caproni risulta a tratti evidente per esempio ne “Il deserto è mentale”, da Nel segno del Tau, dove si cita implicitamente la riscrittura parodica e nichilista del Padre nostro contenuta in un celebre racconto di Hemingway,  Un posto pulito illuminato bene,  racconto già richiamato in un esergo all’interno de Il grande male.
Anche nei Canti ultimi, che recuperano pure un’idea di canto, nel senso di lode e magnificazione del creato e soprattutto di desiderio per l’abbandono nel “mare dell’Essere”, si rinvengono accenni caproniani: in “Crederti è scegliere” si accenna per esempio ai “Teopati”. E’ entro queste coordinate che da credere senza vedere, da amare nella distanza incolmabile si può scivolare verso la sospensione, il dubbio; insomma dal Tutto al Nulla, in una sorta di gioco equilibristico.

E tuttavia  a trattenere dalla dissoluzione della tenace speranza, scandalosa e pagata a usura secondo un’espressione del poeta, c’è il senso operante di un dramma vivo, non risolto, lungo quanto è lunga la storia della creazione; una contesa e un’attesa che nemmeno il disperare può chiudere, la notte della storia abitata dal male e la notte della coscienza insidiata dalla tentazione del nulla sono ancora compresenti allo splendore del “misterioso incredibile verbo/non mai finito e sempre al presente”. Infatti la tenebra splendente, la compresenza degli opposti coinvolge anche la volontà di un Dio che muore per ridare vita, che si offre e che può venire rifiutato e negato, scacciato dalla storia. Turoldo lascia in tensione lo spasimare del desiderio, intimo e storico-profetico, come immagine del divino che pena per le sue creature. Il tema ritorna nei Canti ultimi, dove si comprende anche il Nulla è una delle forme negative, di tipo mistico, con cui si può pensare il Divino, appunto il “divino/Nulla”.
Il Dio che sta in pena per gli uomini è oggetto del canto, qui ritrovato e modulato con densità reboriana dal poeta. Le aporie continuano, gli ossimori si ripetono (tenebra luminosa) perché Dio, il Dio cristiano che rinuncia alla sua onnipotenza, che si limita e si vincola alla libertà umana, è un Dio che va in cerca delle sue creature, bussa alle loro porte per amor loro. In questo centro di ogni tensione anche i dissidi, gli oscuramenti, le opacità dell’amante, del servo di Dio David Maria si stemperano, si sciolgono, riconoscendosi egli immagine del suo Dio, infine oggetto del suo amore e dunque riconciliato a se stesso in quanto creatura.

La  tenebra splendente a cura di Daniele Piccini
Mensile Poesia dicembre 2012 n 277

Annunci