Garcia Lorca

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Federico Garcia Lorca di Antonio Franzosi
Garcia Lorca è riuscito ad entrare repentinamente nel mito durante la sua breve vita a dispetto della complessità e della forza innovatrice della sua poesia di cui il nipote Manuel  Fernandez Montesinos, figlio della sorella maggiore di Lorca, ricorda la potenza della voce, la leggerezza della lingua andalusa, la musicalità delle rime.
Federico Garcia Lorca nacque il 5 giugno 1898 a Fuentevaqueros, presso Granada, da una famiglia benestante arricchitasi rapidamente grazie alla rivoluzione dello zucchero.
L’infanzia dorata che la ricchezza paterna gli garantiva lo imbarazzava, come lui stesso ebbe modo di rivelare, tanto da farlo sentire il ricco del paese, il “prepotente” come lui stesso confessò.
Apprese dalla madre, da cui sosteneva di avere ereditato l’intelligenza, la letteratura e la musica, una passione che quest’ultima che coltivò e che avrebbe voluto coronare studiando in Francia.
Il sogno però rimase solo tale per volontà familiare.
Il suo interesse culturale poliedrico si delineò già nell’adolescenza e successivamente sarebbe stato amplificato e approfondito allorché all’amore per la musica e la letteratura si aggiunse quello per il disegno. In età matura, ebbe anche la passione per le arti e le sinestesie, che avrebbero rappresentato una caratteristica importante di tutta la sua poesia.
Terminato il Liceo, Lorca si dedicò allo studio della Letteratura e anche del Diritto per compiacere il padre.
Nel 1919 si recò a Madrid per proseguire gli studi stabilendosi presso la Residencia de Estudiantes, dove rimase fino al 1928 e dove strinse amicizia con personaggi di primo piano della cultura spagnola: Salvador Dalì, Luis Bunuel, Pepin Bello, per citarne solo alcuni. Ci sono giunte fotografie che li ritraggono in abiti bizzarri e in atteggiamenti inconsueti. Essi amavano provocare la borghesia, scandalizzarla; distaccandosi dal pensiero corrente, essi rifiutavano la cultura ufficiale e affermavano la necessità di un rinnovamento come predicavano le avanguardie europee del tempo.
La Residencia rappresentò un momento fondamentale per la formazione aritstica e intellettuale di Federico, consentendogli di entrare in contatto con la nuova cultura spagnola e con il Surrealismo.
Questo predicava la necessità del viaggio nell’oscurità della mente e nei sentimenti umani per riscoprire l’io, viaggio da realizzarsi attraverso un nuovo uso del linguaggio, che non sottostà a regole razionali ma che attinge all’universo onirico. Ne consegue un uso particolare della lingua che accetta anche accostamenti inusuali.
Gli anni trascorsi presso la Residencia furono particolarmente vivaci, non solo dal punto di vista puramente intellettuale, – durante questo periodo Lorca fondò tra l’altro la rivista El Gallo con un gruppo di altri artisti – ma anche per la qualità dei rapporti di amicizia che si instaurarono tra gli illustri ospiti. Particolarmente importante fu il rapporto di amicizia che unì Lorca e Dalì, non solo per il percorso creativo che li accomunava, ma anche per il legame affettivo che Lorca provava per l’amico se è vero secondo quanto sostiene Dalì che Lorca dichiarò apertamente la sua passione nei suoi confronti. I due si conobbero alla Residencia, ma inzialmente non provarono simpatia reciproca dati i sentimenti di ammirazione e a tratti di invidia che Dalì disse di provare quando conobbe per la prima volta il poeta. Tuttavia, dalle iniziali incomprensioni sfociò una grande amicizia che vide spessi i due amici trascorrere insieme anche le vacanze estive.
I rapporti di Lorca con Dalì e con Bunuel si raffreddarono in seguito ad una recensione negativa dei due amici al Romancero gitano; i tre continuarono tuttavia a frequentarsi. Lorca e Dalì condivisero comunque uno stesso ideale di vita così come la stessa attenzione per la perfezione della forma nei rispettivi ambiti artistici, sebbene Lorca non abbia mai raggiunto gli estremi onirici di Salvador Dalì.
Lorca amava intrattener gli amici leggendo le sue poesie oppure eseguendo al piano brani della tradizione popolare. La sua vivace personalità emanava grande fascino quando cantava o recitava. La sua immagine di uomo esuberante e coinvolgente viene ricordata da  tutti coloro che ebbero l’opportunità di incontrarlo, e che ne descrivono spesso il sorriso aperto, la risata travolgente, la trascinante simpatia. Tuttavia Lorca era fondamentalmente un uomo triste. Vicente Aleixandre descrive così l’amico: “Il suo cuore non era certo allegro. Era capace di tutta l’allegria dell’universo; ma l’abisso profondo, come quello di ogni grande poeta, non era quello dell’allegria”.
Dallo scambio epistolare che Lorca intratteneva con gli amici emerge la sua inquietudine, che lo spinge a chiedere aiuto e comprensione agli amici, a Jorge Guillen, a Juan Guerriero, a Bergamin, al maestro de Falla.
Nel 1921uscì la sua prima raccolta di poesie dal titolo Libro di poesie, in cui è contenuta buona parte dei componimenti giovanili e in cui emergono l’influenza di Jemenez, l’uso del simbolo e dell’immagine visionaria, che riprende dai poeti del passato cui si ispira, ma appare allo stesso tempo un interesse per un nuovo tipo di espressione poetica, del tutto personale.
Nel Libro di poesie Lorca inserisce alcuni riferimenti alla sua infanzia e giovinezza, ma questo richiamo è scevro da qualsiasi accenno nostalgico.
L’infanzia per Lorca rappresenta una condizione, un occhio privilegiato sul mondo: i segreti dell’universo si svelano al bambino innocente, come anticipato da Baudelaire. Affiora già in questa prima opera l’inclinazione di Lorca per la sperimentazione e per il mito che utilizza per esprimere la sua concezione del mondo e la sua inquietudine interiore. A questa prima raccolta seguì il Poema del cante jondo, cui Garcia Lorca si dedicò per molti anni.
Quest’opera è il frutto di un lungo e intenso studio della cultura gitana, che diviene lo strumento attraverso il quale il poeta interpreta il mondo. Già nel poema del cante Jondo la poesia si apre al Surrealismo: in esso i personaggi e gli eventi perdono la loro contingenza e acquisiscono una dimensione atemporale per diventare realtà assoluta, universale, interpretazione dei dolori e delle paure dell’umanità intera. Gli eventi e i personaggi descritti assumono valore simbolico, le parole vengono utilizzate per il loro potere evocativo, per le immagini che sono in grado di creare, cosicché i campi semantici si mischiano e si confondono e vengono generate unioni inconsuete di parole.
Attraverso l’ermetismo esprime il mistero dell’esistenza umana, non tralasciando la componente emotiva, sentimentale, che lungi dall’essere esclusivamente personale, diventa espressione corale, la poesia di Lorca, infatti, non è autobiografica, distinguendosi proprio per questo suo tratto dalla tradizione poetica imperante stabilitasi con il Romanticismo; è piuttosto un’arte attraverso la quale esprimere il mondo moderno, la sua tragicità. Non è una poesia intimista, così come non è una creazione puramente estetica: Lorca non crede, infatti, al principio dell’arte per l’arte.
Nel Poema del canto jondo anticipa i temi che caratterizzarono la sua intera opera: la morta, l’amore doloroso, il tempo che divora le illusioni.
Nel prosieguo del suo cammino poetico, egli operò uno studio sulla parola e sul suo potere espressivo, giungendo a comporre poemi tanto brevi da sottendere i legami esplicativi tra le immagini, conferendo all’immagine stessa il potere evocativo come suo unico valore e lasciando dunque il lettore libero di dare alla poesia una qualsiasi interpretazione.
Dall’amore per il mondo marginale rappresentato dai gitani nacque  Romancero gitano  che ebbe un successo travolgente, i personaggi e le loro storie assurgono a simboli dal significato universale che accomunano la vita di un’intera umanità, effetto che l’orca riesce a ottenere ricorrendo anche al sogno. L’orca descrive gli eventi con un linguaggio onirico, senza tuttavia abbandonarsi mai completamente a questo mondo come usavano fare i surrealisti.
Ricorre spesso ai miti gitani, alcuni dei quali da lui stesso inventati, che fungono da tramite tra il mondo reale e il suo mondo fantastico; il mito rappresenta dunque solo un tema, un pretesto per affrontare il suo viaggio nel significato del mondo, così come i gitani sono spogliati di ogni elemento folclorico.
E ’per questo che cercò di liberarsi dalla definizione di poeta del mondo gitano nel quale era stato imbrigliato (il nipote ci rivela come lo zio detestasse che lo definisce il poeta dei gitani)
Nei primi mesi del ’29 Lorca decise di partire per New York insieme all’amico ed ex-insegnante Fernando de lo  Rios, scegliendo un percorso opposto rispetto a quello di autori contemporanei che decisero di partire per l’Oriente.
Il viaggio a New York rappresentò per Garcia Lorca un’occasione per sfuggire alla provincialità di Granada e un tentativo di superare la crisi depressiva che lo attanagliava; egli descrive la sua condizione come “ una grave crisi sentimentale dalla quale, spero, di uscirne guarito”
Tuttavia, già prima di giungere in America, espresse il suo scarso amore per quella terra (New York mi sembra orribile), di cui amò solo il quartiere nero di Harlem, che considerava l’unico angolo puro di New York. Quella americana non fu dunque un’esperienza particolarmente felice per Garcia Lorca, sebbene dopo l’estate, grazie a nuove amicizie, la sua permanenza fosse diventata più vivace e piacevole. Sarebbe stato il contrasto tra la realtà americana e quella cubana a rendergli ancora il soggetto presso l’Avana: di Cuba apprezzò l’aspetto selvaggio della natura e la spontaneità della popolazione. Certo fu favorito dall’entusiasmo per il ricongiungimento con la lingua madre dopo il lungo periodo newyorkese durante il quale, ignorando totalmente l’inglese, era rimasto isolato.
Gli scritti che compone durante il periodo americano confluiranno nella raccolta Poeta a New York  dominata dalla metafora visionaria. L’accostamento inusuale di termini appartenenti a campi semantici diversi, l’utilizzo delle sinestesie si rifanno a un universo onirico attraverso il quale L’orca tenta di esprimere la lacerazione esistente tra l’uomo e la natura e un tentativo di scongiurarla, si affiancano dunque piani diversi della realtà, la cui affinità e relazione non vengono espresse, ma sottese come avviene nel sogno: succede così che il mondo concreto diventi pensiero e sensazione, le sensazioni e i pensieri si materializzino e la realtà appaia solo un pretesto per dare voce alla sua fantasia. L’apparente mancanza di razionalità della sua poesia non lo preoccupava, dal momento che considerava l’ispirazione e la genesi poetica due momenti misteriosi della vita di un poeta e, dunque, ogni tentativo di dare un’interpretazione completamente razionale del tutto superfluo.
Oltre alla raccolta Poeta New York, il soggiorno americano ispirò a Lorca una serie di opere teatrali a cui si dedicò non appena rientrato in Spagna.
Il teatro era l’espressione artistica che riusciva l’amore lorchiano per le varie arti ed era interprete sommo dei sentimenti umani.
Il teatro rappresentava inoltre la più immediata e coinvolgente forma di denuncia, data la presenza del pubblico.
Fu in seguito all’esperienza con La Barraca, un teatro itinerante di cui fu animatore e che metteva in scena opere del Seicento, che nacquero i maggiori testi teatrali di L’orca: Nozze di sangue, Dona Rosita la soltera, La casa di Bernarda Alba.
In questi testi emerge la mentalità borghese criticata da Lorca e soprattutto la figura femminile che incarna la condizione della donna in Spagna. Affiorano storie di donne sottomesse al tirannico volere paterno, donne zitelle condannate a una vita infelice.
Nel ’35 uscì quella che da molti è considerata l’opera migliore di Lorca: il Lamento per la morte di Ignacio Sanchez Mejias, uomo facoltoso ed estremamente colto, torero e grande amico del poeta, ucciso da un toro durante una corrida.
Il’ 36 fu l’anno della morte di Lorca.
Dopo il colpo di Stato di luglio, Lorca, terrorizzato, si trasferì a Granada, dove cercò rifugio presso una famiglia amica alcuni dei cui membri erano falangisti: Lorca si sentì sicuro.
Venne invece prelevato e fucilato il 19 agosto presso Fuente Grande. Non si conscono con esattezza i motivi del suo assassinio; si è spesso voluto credere che fossero le sue idee politiche ad averlo condannato, sebbene più volte L’orca si fosse dichiarato estraneo alla politica.
Il nipote ricorda ancora che il grande poeta disse: “Io non sarò mai un politico. Sono un rivoluzionario, perché non ci sono veri poeti che non lo siano, ma politico mai” E in una lettera a Salazar, l’ultima sua lettera, si dimostra particolarmente attento a restar fuori dalla politica. E’ dunque più verosimile credere che la vera ragione del suo omicidio sia da ricercarsi nel pregiudizio e nell’odio per la sua omosessualità.
Termina così in modo violento la vita di uno dei maggiori poeti contemporanei, che aveva terrore della morte e che fece di essa uno dei temi principali della sua poesia.
Alcune sue strofe giovanili sembrano presagire drammaticamente la sua fine:
e il mio sangue sul campo
sia roseo e dolce limo,
dove affondino le loro zappe
gli stanchi contadini

Dalla rivista novecento n. 1 febbraio-marzo 2003

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