L’inquietudine giovanile

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Un percorso cinematografico da Kazan a Kubrick di Alessandra Moro.

Nel 1954 esce Fronte del porto, film ispirato da un servizio giornalistico risalente a tre anni prima e premiato con il Pulitzer. Una pellicola di contenuto sociale, che non si distingue per obiettività nel trattare la questione sindacale – d’altra parte il regista è Elia Kazan, accanito maccartista – con un Marlon Brando, classe 1924, nel pieno della giovinezza e del successo.
Nello stesso anno Brando, giubbotto di pelle e motocicletta, ha già imposto l’immagine dell’uomo virile entrata nella storia del cinema (e a cui avrebbe fatto riferimento il giovanissimo James Dean) in Il selvaggio di Laszlo Benedek, dove a capo dei Black Rebels incarna un prototipo di giovane insofferente alle briglie del mondo familiare e lavorativo, in cerca di una propria collocazione ma senza una meta precisa.
Johnny, strafottente leader dei motociclisti che gettano scompiglio nella quiete di una cittadina, in realtà cela sentimenti intensi e bontà d’animo, ma all’epoca questo aspetto viene lasciato in secondo piano e il film ha non pochi problemi con la censura, per la sua cruda messa in scena dello scontro generazionale e di classe. In Inghilterra, accusato di istigazione alla violenza, Il selvaggio sarà proibito per quattordici anni.
Di sette anni più giovane di Brando, Dean avrà occasione di forgiare un suo modello di giovane inquieto, a cui le regole di una società imbalsamata nei suoi usi e costumi vanno stretta, interpretando il Jim Stark di  Gioventù bruciata, appena un anno dopo. “Vorrei che non ci fosse un solo giorno in cui io non debba sentirmi così confuso e non debba provare la sensazione di vergognarmi di tutto”, dice.
La sua storia d’amore con Anna Maria Pierangeli, detta Pier Angeli, avrebbe dovuto sfociare in matrimonio, ma la madre di lei si oppone, perché Dean non è cattolico; l’attrice sposerà Vic Damone e si toglierà la vita nel 1971, lasciando scritto che l’unico amore della sua vita era stato Dean.
Unico attore a ricevere una nomination all’Oscar postuma (la valle dell’Eden), Dean è stato immortalato in numerose espressioni artistiche tra cui il brano  Rock On  cantato da David Essex nel 1974; gli Eagles lo hanno ricordato con le parole struggenti “Too fast to live, too young to die”.
Nicholas Ray dirige nel ’55 Gioventù bruciata interpretato – oltre che da Dean – da Natalie Wood (Judy), alter ego femminile dell’attore, antitesi della signorina di buona famiglia e belle speranze incarnata da Sandra Dee negli stessi anni.
E così dice Judy a Jim: “Ho bisogno di affetto. E’ molto tempo che io sto cercando qualcuno che mi voglia bene ed ora sono io a voler bene… ed è così facile. Perché è così facile ora?”
I tre attori principali del film sono accomunati da un nefasto destino. Dean, Sal Mineo e Natalie Wood trovano la morte in drammatiche circostanze.
James Dean muore tragicamente nello stesso 1955, a soli ventiquattro anno, vittima di un incidente automobilistico. I soli tre titoli che compongono la sua filmografia sono stati sufficienti – complice la prematura scomparsa – farne l’icona del ribelle dalle inquietudine esistenziali irrisolte. L’attore si rispecchia nel suo personaggio: Jim Stark come James Dean.
Multato per eccesso di velocità, muore appena un paio d’ore dopo nel fatale incidente la cui ricostruzione, ad opera del Failure Analysis Associates di Menlo Park, California porterà alla conclusione che Dean viaggiava ad una velocità compresa tra le 55 e le 56 miglia orarie, dunque non elevata come vorrebbe la leggenda. Donald Turnupseed, alla guida dell’auto contro cui Dean perde la vita, muore nel 1995. Incapace di evitare la traiettoria della Porsche spider, sarà invece assai abile nell’evitare le assillanti richieste di intervista da parte dei giornalisti in cerca di particolari sull’incidente.
Ironia della sorte, Dean aveva un paio di mesi prima, sul set di Il gigante, uno spot per la sicurezza sulle autostrade.
Kazan dirige Dean anche in La valle dell’Eden (1955), così come dirige Natalie Wood in Splendore nell’erba  (1961), in cui si narrano altre vicende imperniate attorno a figure di giovani che si scontrano con norme polverose e con gli arti ingessati di una società poco incline all’apertura, alla tolleranza, all’innovazione.
La Wood, sempre nel ’61, è una moderna giulietta in West Side Story,  musical diretto da Robert Wise che – a fronte dell’America della torta di mele, dalla facciata pulita ed integerrima – presenta i conflitti sociali dei quartieri poveri, delle minoranze. Lo scontro fra Sharks portoricani e Jets bianchi vale dieci Oscar nel 1962.
Natalie Wood nasce nel 1938 a san Francisco da emigrati russi col nome  di Natalia Nikolaevna Zakharenko; negli anni Cinquanta è nota come una delle “Hollywood Badgirl” insieme a Janet Leigh e Debbie Reynolds, e in quegli anni incontra il mito Elvis, che vorrebbe sposarla, ma con il quale non convola a nozze perché sgradita alla signora Presley, mamma del sensuale cantante che rivoluzionò il mondo della musica.
Natalie scompare in mare una notte del novembre 1981, dallo yacht Splendour, i così chiamato dal film  Splendore nell’erba.  il corpo viene ritrovato a riva il mattino seguente. Le circostanze della tragedia rimangono ignote.
Pochi anni prima Sal Mineo moriva assassinato da uno sconosciuto, poi individuato, sulla strada di casa, la sera del 12 febbraio 1976.
Kazan ha portato spesso in scena, con efficacia, storie di disagio, di incertezza, di disorientamento, di scollamento tra vecchie e nuove generazioni; suo è Baby Doll (1956) che poco ha da invidiare ai turbamenti narrati nel più celebre Lolita  di Kubrick (1962), sua è la versione teatrale (1959) di La dolce ala della giovinezza (girato da Richard Brooks nel ’62), tratto da Tennessee Williams, in cui lo scapestrato di turno è Paul Newman.
Sempre di Williams è anche Un tram chiamato desiderio (1951), i cui protagonisti sono Vivien Leigh 8la vessata Blanche Dubois) e Marlon Brando (il rude Stanley Kowalski, in jeans e t-shirt d’ordinanza, la cui brutalità porterà Blanche al manicomio.)
“La sincerità è soltanto di coloro che hanno conosciuto il dolore” (Blanche Dubois).
Dagli anni Sessanta non saranno più le ribellioni senza una causa ad alimentare la rivolta giovanile, ma ideali più precisi, impegno, volontà di scardinare i valori degli adulti, con sempre maggior determinazione.
Tra i Sessanta ed i Settanta, diminuisce il numero della mega-produzioni targate Hollywood e acquistano spazio produzioni indipendenti, dai costi assai più contenuti, svincolate dai grandi interessi della case cinematografiche e caratterizzate da tematiche anticonvenzionali, da rappresentazioni senza filtri della realtà, anche nelle sue accezioni di cruda violenza o nuda quotidianità.
Gangster Story (Bonnie and Clyde, 1967),  diretto da Arthur Penn, dove rabbia e ribellione sono portate alle estreme conseguenze, ha come protagonista Warren Beatty che, partner sul set di Splendore nell’erba di Natalie Wood, la vorrebbe nei panni di Bonnie Parker, ma la Wood rifiuta per ché la location del film la porterebbe lontana dal suo analista, la sua parte verrà recitata da Faye Dunaway.
A seguire, in questi anni, film come Il laureato (1967) di Mike Nichols e Easy Rider (1969) di Dennis Hopper portano in scena intensi personaggi che forzano le sbarre delle convenzioni per dar voce ai sentimenti o all’istinto di libertà.
Esplode la violenza: in  Fragole e sangue (1970) ilo movimento studentesco paga con brutali repressioni la sua volontà di rivolta, sullo sfondo di una colonna sonora composta da Joni Mitchell, Crosby, Still, Nash & Young, Lennon e McCartney.
Politica, droga, musica, sesso, hippy, Woodstock: gli anni settanta sono un crogiolo di idee, talvolta confuse, talvolta illuminate, comunque rivolte all’evoluzione dei costumi e allo sradicamento di valori orami superati ed anacronistici.
Formalmente impeccabile e allo stesso tempo aggressivo è Arancia Meccanica,  firmato Kubrick 1971, che ancora oggi suscita scalpore per le sue scene di violenza sulle note di Beethoven e che segna l’ideale tramonto in ambito cinematografico di una certa iconografia di ribelle, che non indossa più brillantina, jeans e giubbotto, e che non esercita più la violenza solamente contro se stesso, in un tormento interiore senza risoluzione, ma anche contro la società, concretamente, per poi subirne peraltro gli effetti, in un cerchio che si chiude senza vincitori né vinti.

Rivista Novecento N. 1 Febbraio-Marzo 2003

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