Il secolo delle riviste (III parte)

By

Nel segno della reazione

La breve vicenda del “Convito” è già virtualmente conclusa prima che inizi il Novecento. Dei 12 numeri previsti, infatti, soltanto l’ultimo cade cronologicamente nel nuovo secolo (1907), a tanta distanza dai precedenti da risultare quasi postumo. Gli altri erano usciti tutti tra il gennaio del 1895 e quello del 1898. e tuttavia, nella cultura protonovecentesca perdura, se non altro, l’eco delle parole d’ordine lanciate dalla rivista romana, cui si deve il primo, fiero segnale di rivolta contro la cultura positivistica ancora imperante e uno sdegnoso rilancio in senso elitario della “sovrana dignità dello spirito” e del sommo privilegio di godere della bellezza. Con questo preciso intendimento D’Annunzio, estensore del programma, aveva pubblicato sui tomi inaugurali del “Convito” Le vergini delle rocce, manifesto narrativo della sua visione aristocratica del mondo e dei suoi sogni di restaurazione sociale. E Pascoli vi aveva esordito, in maniera tutt’altro che casuale, con quel Gog e Magog che, fantasticando d’orde barbariche minacciose alle sacre porte d’occidente, arricchiva di suggestioni mitico-leggendarie il timore, espresso con toni allarmati nel Proemio della rivista, che una “torbida onda di volgarità” stesse per disperdere in maniera irreversibile la splendida eredità di spiriti e di forme consegnataci dai padri.

Davanti allo spettacolo, in effetti, biasimevole del trasformismo politico, del clientelismo parlamentare, degli scandali pubblici dell’Italia “bizantina”, “il Convito” aveva chiamato gli intellettuali alla difesa consapevole del patrimonio di civiltà di cui erano custodi. E’ rimasto famoso, al riguardo, l’incitamento del Proemio: “ Non è più il tempo del sogno solitario all’ombra del lauro o del mirto. Gli intellettuali raccogliendo tutte le loro energie debbono sostenere militarmente la causa dell’Intelligenza contro i Barbari”.

Non si può dire, peraltro, che la rivista di De Bosis abbia saputo dare piena attuazione a questo bellicoso proclama, compiacendosi piuttosto di celebrare il proprio culto raffinato ed esclusivo nella dimensione separata del cenacolo artistico, del manipolo di eletti cui allude anche la testata. “ Il Convito” paga, in altri termini, lo scotto del suo stesso snobismo, scartando in partenza qualsiasi ipotesi di conquista di una base sociale. Il disprezzo per gli uomini e i costumi era, infatti, troppo viscerale e indiscriminato per ammettere alleanze. Il minimo contatto con la società umbertina avrebbe provocato un insopportabile contagio. Siamo – come si vede – ad un impasto suggestivo di Des Esseintes con Zarathustra, dove il volontario isolamento del chierico non è vissuto con implicazioni decadenti di rifugio, di esilio, di nevrosi, ma al contrario con orgoglio di casta, come l’affermazione della propria superiorità di rango. Non per nulla, in anni di gusto preraffaellita, la rivista aveva guardato piuttosto a Leonardo, a Giorgine, a Michelangelo, che è quanto dire all’uomo del Rinascimento, incarnato e immortalato nella sua qualità di “eccezione psicologica”.

Neppure D’Annunzio, tuttavia, che più di ogni altro, nel sodalizio romano, aveva manifestato l’esigenza di dare uno sbocco militante a quella rivolta estetica, aveva potuto nascondersi le difficoltà di un’azione, anche solo mediata, nel momento in cui si concepiva una figura d’intellettuale in attitudine eroica di cavaliere solitario, pregiudizialmente ostile a tutte le regole e le persone dello Stato liberale. Nella visione del mondo che lo scrittore si era fabbricato in consonanza con certa coeva cultura del rifiuto, i rapporti sociali si risolvevano, infatti, in un contrasto, sordo e in appianabile, tra un superuomo proteso verso un “ideal forma di esistenza”e l’amorfa moltitudine dei mediocri, assunta unicamente in accezione di ostacolo.

Con queste premesse, in attesa che maturasse il tempo della riscossa, non rimaneva all’intellettuale dannunziano che “prepararsi con rigida disciplina Alle lotte e alle dominazioni “future: tirocinio “ascetico” che il protagonista delle Vergini delle rocce assegnava a sé e ai pochi altri nobili spiriti della terza Italia, “ scoraggiati e smarriti”, “spogliati d’autorità in nome dell’uguaglianza”, incerti sul compito da intraprendere. A questi pochi e dispersi cultori del sublime, appunto, si era rivolto “ I Convito”, per incitarli a una vigilia d’armi, a un’attesa attiva e confidente. Nel suo orizzonte elitario, oltre quella soglia d’impegno, almeno per l’immediato, non avrebbe saputo spingerli: Claudio Cantelmo, eroe “conviviale” per eccellenza, col suo volontaristico ascetismo mostra compiutamente le mete e i limiti del progetto letterario concepito nella cerchia di De Bosis.

Sarebbe toccato, presto, ad altre riviste. Meno contagiate dallo snobismo dannunziano, verificare la praticità di una più estesa ed incisiva leadership intellettuale. Ma si sarebbe resa preliminarmente necessaria un’analisi del corpo sociale più articolata di quella di cui si era accontentato “ Il Convito”, come condizione per eleggere e aggregare un referente preciso e privilegiato. Gli anni a cavallo tra i due secoli avrebbero a ciò giovato, spostando rapidamente l’asse del dibattito ideologico dalla sfera  amministrativo della corruzione diffusa e delle velleitarie ambizioni coloniali a quella politica-economica dello sviluppo industriale del Paese con la formazione conseguente di un nuovo ceto imprenditoriale, di una classe operaia e dei primi partiti di massa. Ne sarebbe derivata un’attenzione ai problemi sociali e una coscienza assolutamente estranee alla sensibilità conviviale e chi avrebbe proseguito sulla via della reazione aperta dalla rivista di De Bosis, avrebbe lasciato cadere in partenza ogni prevenzione antiborghese.

Le riviste del Novecento – La parabola delle avanguardie (1895-1923)
Introduzione – Il secolo delle riviste
di Giuseppe Langella

Poesia n. 147 del febbraio 2001

Annunci