Il 26 aprile 1859 in Firenze di Odoardo Borrani.

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25-aprile-1859-1861Il 27 aprile 1859 il granduca Leopoldo II di Lorena lasciava Firenze per l’esilio, mentre in città si costituiva il Governo Provvisorio Toscano formato da Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini e Alessandro Danzini. Odoardo Borrani rievoca senza retorica gli eventi di quelle giornate in questo dipinto che presentò nel 1861 alla prima Esposizione Nazionale Italiana, dove fu subito apprezzato sia dai semplici visitatori che dalla critica per i contenuti storici politici.
La mostra fu aperta a Firenze con l’intento di mostrare al pubblico, anche internazionale, una visione unitaria dell’impegno artistico nazionale pur promuovendo il confronto fra le diverse realtà locali. L’opera, pur nella sua apparente semplicità, si presenta densa di richiami concettuali e stilistici rilevanti sia per quanto riguarda il contesto storico in cui fu realizzata che il percorso artistico dell’autore.
All’interno di una stanza spoglia, collocata nel triangolo di luce che entra dalla finestra aperta, una donna, seduta su una sedia di foggia rinascimentale, è intenta a infilare l’ago per continuare il suo lavoro: la fabbricazione di un vessillo tricolore. I pochi elementi di scena, associati ai colori della bandiera italiana, alludono a una ideale continuità fra il prestigioso passato della Toscana e il suo contributo alla nazione nascente. L’antico sedile, un’alabarda appoggiata a sinistra, i vetri piombati alle finestre e le ampie maniche della veste femminile, ricordo degli abiti che indossavano le donne ritratte da Raffaello. L’espressione sommessa degli elementi storici e politici, uniti al tono intimo con cui è narrata la vicenda, sono elementi caratteristici non solo della poetica macchiaiola, ma in particolare di Odoardo Borrani. L’artista, nato a Pisa nel 1833, giunse a Firenze nel 1849 e fu avviato all’arte da Gaetano Bianchi, un pittore specializzato nella pratica del restauro pittorico. Nel 1853 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti entrando in contatto con Telemaco Signorini e Vincenzo Cabianca, come lui frequentatori del Caffè Michelangelo. Volontario durante la seconda guerra di indipendenza, si dedicò, al rientro a Firenze, ad approfonditi studi sulla resa dei rapporti luministici e cromatici, di cui si vedono con evidenza i risultati anche nel dipinto che andiamo analizzando: il raggio di sole della tersa giornata di primavera, che entrando dalla finestra illumina la scena, definisce i volumi della figura femminile, accende i colori della bandiera e allude, in un raffinato gioco di rimandi allegorici, alle luminose speranze della futura unificazione nazionale, a cui le donne,pur con ruoli diversi rispetto a quelli maschili, stavano attivamente contribuendo.
Borrani, che nel 1863 realizzò anche un dipinto intitolato Cucitrici di camicie rosse, si fece interprete di una visione dell’impegno femminile assai diffusa nella Toscana di quegli anni e che prendeva spunto dagli scritti di Caterina Franceschi Ferrucci, letterata ed educatrice nata a Narni nel 1803 e residente a pisa dal 1844. Per la Ferrucci l’autorità femminile si esprime all’interno delle pareti domestiche dove le madri, intellettualmente preparate, contribuiranno a formare le nuove generazioni di italiani.
“Più saprai e meno ti riuscirà difficile compiere gli obblighi tuoi” è l’invito che la scrittrice rivolge alle donne della futura nazione italiana, ma questi obblighi avranno limiti ben precisi e, mentre gli uomini si battevano sui campi di battaglia e nella politica, alle loro spose era destinato il compito di costruire il futuro della patria, ma nel riserbo delle loro quotidiane esistenze.

Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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