L’importante è essere vicini al benessere

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falconeAgli inizi degli anni Cinquanta Torino è investita da una grande ondata migratoria passando da settecentomila abitanti al milione neanche dieci anni dopo.
L’elemento che aveva portato questo enorme numero d’immigrati per lo più meridionali, destinato a crescere fino agli anni Settanta, era stato, dopo il secondo conflitto mondiale, la ripresa dell’industrializzazione, trainata, proprio dalla produzione di automobili che a Torino aveva la sua capitale.
Questo aveva portato, però, a un tumultuoso e caotico sovraffollamento della città impreparata ad accogliere quell’enorme massa.
Da qui la mancanza dei servizi più elementari:  la casa, le scuole, i servizi sanitari.
La Fiat, cui la città era indissolubilmente legata, si era imposta in quegli anni come una delle industrie maggiori nel quadro dell’economia nazionale; d’altronde essa aveva saputo sottolineare con gli altri strumenti di propaganda a sua disposizione (fra questi il quotidiano La Stampa di proprietà della famiglia Agnelli) le prospettive di benessere che si aprivano nel dopoguerra per il nostro paese.

Prendeva piede il progetto della “città-auto”, della “Detroit Italiana” come dirà lo stesso Agnelli in una relazione alla Commissione Industria della Camera.
Tuttavia l’enorme massa di forza-lavoro continuava ad arrivare anche in certi periodi, come la metà degli anni Cinquanta, quando l’azienda aveva dovuto ridurre fortemente il personale a causa dell’improvviso irrigidimento dei mercati e quindi bloccare le assunzioni, gli immigrati continuavano ad affluire dal Sud, dopo il fallimento della riforma agraria.
L’impatto degli immigrati con la città era drammatico: disadattamento, traumi, umiliazioni sfociavano spesso in violenta ribellione.
Ancor più mortificante era l’aver creduto, emigrando, di uscire per sempre dalla miseria.
Invece ciò non corrispondeva al vero.
L’enorme problema della carenza degli alloggi aveva portato negli anni Cinquanta alle prime costruzioni di grandi quartieri popolari, fra i quali la Falchera la cui costruzione del primo lotto su progetto dell’urbanista Giovanni Astengo risaliva proprio a quegli anni.
All’inizio degli anni Settanta incominciava la costruzione del secondo lotto (Falchera nuova) che sarà teatro delle occupazioni di numerose case popolari.

Il progetto Falchera s’inseriva in quei programmi dello IACP (Istituto Autonomi case popolari) che a Torino mirava a costruire due grandi insediamenti: la Falchera appunto di circa 6-7 mila abitanti, e Mirafiori per circa 12 mila abitanti, che dovevano essere quartieri satelliti agli stabilimenti Fiat, rispettivamente di Stura a nord e Mirafiori a sud.
Questi immensi agglomerati  urbani, completamente isolati dal resto della città, e per lo più destinati a famiglie operaie a bassissimo reddito, tendevano ad assumere le caratteristiche di veri e propri ghetti.

Agli stabilimenti della Fiat si aggiungevano nel torinese quelli di numerose grosse aziende come la Pirelli, la Michelin, la Lancia, la Savigliano, la Viberti, la Pininfarina, la Vignale, la Bertone: tutte a ridosso dell’area metropolitana e ancora quelle più piccole ad esse collegate attraverso le commesse che costituivano il cosiddetto indotto

Filippo Falcone – Morte di un militante siciliano

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