Il secolo delle riviste (II parte)

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Le riviste più importanti e significative del Novecento sono nate da una scommessa: che fosse possibile guadagnarsi un seguito apprezzabile di lettori tenendosi lontani sia dal circuito fagocitante dei grandi mezzi di comunicazione che dalle veline di partito; e sono state sostenute con fatica, in mezzo a cospicue, talvolta schiaccianti difficoltà finanziarie.

Si comprende, da ciò, lo spirito largamente antidogmatico che caratterizza queste riviste, il loro vivace odore d’eresia, la singolare attitudine critica, unita peraltro ad una spiccata disponibilità sperimentale alla ricerca e al confronto, l’introduzione in dosi massicce di linfa straniera nel tronco della cultura italiana, come mire magari polemiche, al limite della provocazione; lo sforzo, in definitiva, di agitare le acque remando assiduamente controcorrente. E se ne comprende anche l’inquieto ondeggiare, il mutare di rotta a ogni cambio di timone, il rischio continuo di arenarsi o di andarsi a schiantare contro qualche scogliera, lo stato cronico di crisi, le periodiche mises en question del proprio operato, le verifiche e gli esami di coscienza, l’eterno ritorno della domanda fondamentale, concernente non tanto i compiti in astratto della cultura, quanto i suoi margini concreti d’intervento nella realtà contemporanea, sullo sfondo di un disegno più volte accarezzato. Quello di costituire un fronte unitario degli intellettuali, una sorta di classe dirigente della nazione, un’elite in senso paretiano.

Diverso, ovviamente, è il caso delle innumerevoli pubblicazioni varate al rimorchio delle organizzazioni politiche di massa con l’obiettivo di produrre consenso, ovvero promosse a mo’ di vetrina pubblicitaria per stimolare il mercato, non di rado per iniziativa diretta o con l’appoggio delle stesse case editrici. A dispetto della quantità e dei mezzi impiegati, il loro contributo in termini di lascito culturale risulta pressoché nullo. Chi voglia farsi un’idea della cultura del Novecento, dell’orizzonte in cui si è mossa, dei problemi messi a fuoco, delle ipotesi avanzate, delle prospettive aperte delle soluzioni adottate, dei valori e degli autori consacrati, dei metodi, dei principi, delle scoperte in cui è culminato il suo lavoro di ripensamento globale del mondo, deve necessariamente indirizzarsi alle riviste dei chierici rimasti fedeli al proprio mandato intellettuale di spiriti liberi, di ricercatori svincolati e spregiudicati della verità. Semmai ci fosse bisogno di provare quanto sia necessaria l’indipendenza dei mezzi e dei fini alla vitalità della cultura, basterebbe uno spoglio sommario dei contenuti offerti da queste riviste in paragone con quelli allineati dalle riviste dell’establishment politico-economico; senza considerare la profonda diversità d’impostazione, la problematicità e l’audacia delle une rispetto all’apodittica prevedibilità delle altre. Non è causale, in questo contesto, la fortuna incontrata nel Novecento dai caffè letterari, che finiscono per assolvere alla medesima funzione di ritrovo, di scambio e di confronto culturale, svolta in altri tempi dalle corti e dalle accademie, dai circoli e dai salotti. La circostanza ha l’estensione di un fenomeno di costume, troppo sintomatico per passare inosservato: intellettuali, scrittori, artisti, variamente coinvolti nella redazione di riviste, quando pur non aprono, ad ore fisse, lo studio o la casa, per soddisfare il bisogno di contatti culturali preferiscono darsi appuntamento nella cornice protetta del caffè, campo neutro frequentato da comuni avventori, in cui si può discutere a proprio agio di tutto ciò che si vuole perché la libertà d’opinione e d’interessi vi è sancita come un diritto fondamentale della clientela, in cui nessuno, una volta che si sia pagato il conto, domanda ragione di nulla. Esercizio pubblico aperto, accogliente, magari un po’ pettegolo, luogo d’incontro propizio alla conversazione, osservatorio privilegiato di quel che accade, al riparo da condizionamenti, il caffè letterario diventa a buon diritto il pendant della rivista, lo spazio reale e simbolico dove converge una cultura che tiene alla propria autonomia almeno quanto teme un’eventuale separatezza.

Non sarà mai chiarito abbastanza il ruolo avuto dai caffè in quella che Augusto Hermet ha definito “la ventura delle riviste”, alimentando rapporti, favorendo nuove conoscenze, consentendo di condividere preoccupazioni, letture, giudizi, programmi, dando l’opportunità ai singoli ingegni di sentirsi membri di una ragguardevole societas. Per la genesi e lo sviluppo delle riviste i caffè letterari hanno rappresentato una humus fertilissima. Le iniziative, gli accordi, gli spunti, le segnalazioni di cui sono state testimoni le sale dei caffè non si contano. Per questo, la rivista dei Verri e di Beccaria, alle origini del giornalismo intellettuale italiano d’impianto militante, ha tutto il sapore di una divinazione, con quel titolo sbarazzino, quasi da flaneurs – “il Caffè”, appunto -, che irrideva alle corti dei re non meno che ai giardini d’Arcadia.

Delle conversazioni da caffè le riviste del Novecento conservano spesso, come un’impronta genetica, la varietà cangiante degli argomenti e il tono a seconda dei casi brioso, ironico, pacato, acceso, confidenziale, comunque vivace e spedito, anti-accademico: assai più geniale che pedante, per riprendere una celebre antitesi di Ernesto Giacomo Parodi. Ma soprattutto le contraddistinguono quel tale piglio garibaldino, quelle enunciazioni perentorie, quel modo partigiano di sostenere una tesi, che è proprio della cultura militante, in questo diversissima dalla sussiegosa prudenza degli studi accademici. Ne’ nuoce al loro umore battagliero la misura breve e la natura antologico-frammentaria o saggistico-divulgativa dei testi letterari e degli articoli ospitati: armatura leggera che ben s’addice a truppe d’assalto, cometa veste provvisoria dei contributi e la non sistematicità dell’assetto rinviano a tende piantate in fretta e spostate di continuo, denunciano lo stato di mobilitazione permanente che è un po’ lo stigma di queste riviste, il principale risvolto della militanza.

Le riviste del Novecento – La parabola delle avanguardie (1895-1923)
Introduzione – Il secolo delle riviste di Giuseppe Langella

Poesia n. 147 del febbraio 2001

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