Il secolo delle riviste (I parte)

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Se la rivista è un’invenzione tipicamente moderna, il Novecento ne costituisce sicuramente il secolo d’oro. Vi si contano, infatti, a decine le pubblicazioni periodiche di prima grandezza, e anche a non tener conto delle iniziative satelliti o marginali, il panorama si affolla di molte altre comunque meritevoli di considerazione. Ma non solo in ossequio ai dati statistici che il Novecento si può considerare il secolo delle riviste: un credito tanto ricorrente non si spiegherebbe se le gens de lettres non avessero ravvisato appunto in questo strumento la forma più congeniale ed efficace di presenza tra quelle concretamente praticabili ai margini della trionfante società di massa, il canale privilegiato di un’attività culturale tendente a promuovere i soggetti che la intraprendono ad assicurare loro un ruolo significativo. Complessivamente considerato, il pullulare di riviste lungo il Novecento si configura essenzialmente come una reazione delle elites intellettuali alla forte perdita di prestigio e d’incidenza – quasi un ostracismo – che ha colpito la cultura, specialmente umanistica, proprio nel momento in cui l’affacciarsi sulla scena pubblica di un’audience sempre più estesa apriva orizzonti e opportunità di portata straordinaria; esprime il crescente e grave disagio di un ceto avvilito e umiliato, che nella nuova compagine sociale vede degradato al ruolo subalterno e strumentale d’addetto alla fabbrica spettacolare dello svago e del consenso; obbedisce ad un’intenzione di recuperare una funzione egemone nel processo di sviluppo, interpretando e orientando, com’era già avvenuto nel secolo dei lumi e nell’età del Risorgimento, le istanze profondo di civiltà. E’ questa intenzione che ispira, tra l’altro, il programma enciclopedico di parecchie riviste, la compresenza dei più svariati argomenti, la volontà di coprire possibilmente tutto il ventaglio dei realia. Nelle riviste del Novecento, incluse quelle apparentemente più svagate, schierate nel fronte dell’autonomia letteraria, prende consistenza, implicito o scoperto, un progetto utopico, il sogno, dai contorni vagamente platonici, di una repubblica governata dagli intellettuali. Che poi, nei fatti, tanto impegno militante si sia risolto, tutt’al più un’azione di disturbo sul corso incrollabile degli eventi, è circostanza che andrà imputata esclusivamente al peso pressoché inconsistente della cultura mondo contemporaneo, alla debolezza congenita, strutturale, di una categoria che se non vuole condannarsi al silenzio di un’esistenza ignorata e clandestina, è quasi sempre costretta a sottostare ai vincolanti interessi dell’industria editoriale o agli infiniti ricatti delle lobbies che controllano i media. Di riviste risponde precisamente all’esigenza propria di sottrarsi a tale duplice vicolo cieco, tentando di battere una terza via, alternativa alla torre d’avorio dell’autoreclusione come ad ogni patto col diavolo del potere, padrone delle anime e del mercato.

Le riviste del Novecento – La parabola delle avanguardie (1895-1923)
Introduzione – Il secolo delle riviste di Giuseppe Langella
Poesia n. 147 del febbraio 2001

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