Arthur Rimbaud

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Nel dicembre 1852, due anni prima della nascita di Jean Nicholas Arthur Rimbaud, una nuova Costituzione istituiva per Napoleone III l’Impero ereditario, avallando con ciò l’indirizzo di espansionismo già perseguito dalla Francia di Bonaparte che avrebbe condotto all’accendersi di nuovi e sanguinosi conflitti.
Nel 1870, al culmine della guerra franco-prussiana, la caduta di Sedan e di Napoleone III decretarono nel giro di pochi mesi la precoce fine del II Impero. Il vuoto di potere verificatosi durante le trattative di pace acconsentì l’esplosione della protesta popolare che nel marzo-maggio 1871 portò alla costituzione della Comune, un governo rivoluzionario di impronta proletaria e socialista, brutalmente soffocato da Thiers con l’esecuzione di 30.000 condanne a morte. Nonostante la sua brevissima durata, l’esperienza comunarda destò un generale allarme pressi i ceti dominanti, che pertanto conferirono alla nascente III Repubblica una ancor più una decisa impronta conservatrice. Non furono però solo le classi egemoni a risentire degli effetti sortiti dall’insurrezione popolare, che, pur se disastrosamente fallita sul piano politico, riuscì tuttavia a trasfondere i propri ideali al mondo culturale, presso il quale favorì il diffondersi di un atteggiamento di aperta ed ostile contrapposizione al conformismo dominante. E fu proprio in questo periodo che Rimbaud raggiunse Parigi per la prima volta, attratto dall’esperienza rivoluzionaria e, soprattutto, dal rifiuto per ogni convenzione precostituita che essa rappresentava. La Comune incarnava quell’anelito antiborghese e quel rifiuto per lo spirito intellettualmente conservatore e provinciale nel quale il giovane poeta era fino a quel momento vissuto e dal quale egli non poté fare a meno di fuggire, sempre.
Aveva 16 anni.
Rimbaud era nato il 20 ottobre 1854 a Charleville. La sua infanzia, trascorsa nella provincia francese, fu segnata dall’’assenza del padre, capitano di fanteria, che lasciò la famiglia quando il piccolo Arthur aveva soltanto 6 anni. Il risentimento della madre per l’abbandono subito ne irrigidì la stretta condotta puritana e rese ancor più dura e severa l’educazione impartita ai figli.
Dotato di notevoli capacità, Arthur compì brillantemente gli studi, mostrando una precoce e felice attitudine per le composizioni in verso, anche in latino, in ciò sostenuto e stimolato da George Izambard, suo professore ed amico. Nell’arco della sua brevissima vita, furono soltanto tre gli anni che Rimbaud dedicò alla poesia, una poesia così alta e raffinata che, a soli 19 anni, gli avrebbe consentito  di raggiungere l’apice delle sue potenzialità espressive consacrandolo come poeta la cui lucida coscienza di pensiero fu in grado di farsi portavoce della profonda crisi intellettuale che sul finire dell’Ottocento percorse l’Europa e di gettare le basi per lo sviluppo dei movimenti simbolista e surrealista.
La sua raccolta Prime poesie  fu data alle stampe nel 1870, e segnò l’inizio   di quello straordinario e fecondissimo triennio poetico che lo avrebbe rapidamente portato a comporre il suo capolavoro.  Illuminazioni.
Prime poesie, l’esperienza poetica del suo esordio, risente ancora fortemente dell’influenza delle dottrine parnassiane, ed altrimenti non avrebbe potuto essere risultando per chiunque pressoché impossibile sfuggire alle suggestioni del proprio substrato culturale. Questi suoi primi versi rivelano, insieme al tentativo di trasfondere poeticamente quanto ancora di non compiuto era nella sua arte, l’ampia eco dei poeti che ebbero grande ed imprescindibile influenza sulla sua formazione: Hugo e Baudelaire; ma, soprattutto questa sua prima opera mostra esplicitamente la viscerale repulsione per il conformismo e l’odio antiborghese che spingeranno Rimbaud a fuggire dall’angusta Charleville e dalla non più tollerabile tutela materna.
Giunto a Parigi nel momento dell’epilogo del conflitto franco-prussiano, Arthur fu presto arrestato per debiti e costretto a rientrare in famiglia, ma il suo animo ribelle al convenzionalismo della provincia e della famiglia lo spinse a fuggire di nuovo, sottolineando così , ancora una volta, il suo totale disprezzo per l’assoluto vuoto intellettuale e culturale di cui entrambe erano simbolo.
La seconda fuga lo condusse in Belgio, dove tentò vanamente di diventare giornalista. Ancora una volta costretto a rientrare a casa, divenne instancabile lettore della letteratura del XVIII secolo e delle opere degli scrittori progressisti. Alla fine del febbraio 1871 la terza fuga. Venuto a conoscenza della costituzione delle Comune, mostrò apertamente il suo entusiasmo per il movimento rivoluzionario, dal quale fu ideologicamente coinvolto in un momento di profonda crisi antireligiosa, di totale, assoluto, inemendabile rifiuto per ogni posizione politica, intellettuale e culturale di tipo convenzionale. Da questo travaglio interiore derivò la folgorante intuizione del destino e della missione del poeta, che Rimbaud concepì realizzabile soltanto attraverso un radicale nuovo metodo di essere. Il 15 maggio 1871 indirizzò all’amico Demeny la Lettera del veggente , disconoscendo in esse ogni suo precedente scritto, rinnegando la poesia di ogni tempi e formulando il suo credo poetico. Nell’assoluto, globale rifiuto della validità della tradizione e di ogni convenzione, egli sostiene con esasperato vigore la necessità di una profonda, impietose e chirurgica analisi interiore, concepita come unica possibilità per il raggiungimento della conoscenza. Compito del poeta è l’indagine totale di ogni sua facoltà, da realizzare anche a prezzo dello sconvolgimento di tutti i sensi, per percepire ciò che esiste al di là di quanto è comunemente ed umanamente sensibile. Per raggiungere questa assoluta verità, il poeta deve rinunciare ad ogni mediazione e ad ogni intromissione della ragione, abbandonandosi al delirio indotto da alcool e droga. Pur consapevole del rischio estremo che accompagna questo compito, egli accetta la sfida con la sorte, essendo sempre più determinato a raggiungere il suo scopo: riuscire a trasmettere la conoscenza raggiunta a quanti non sappiano intraprendere questo stesso viaggio.
Rimbaud avverte inoltre come desolatamente inadeguato il linguaggio comune, incapace di descrivere i paesaggi inesplorati della mente e dell’anima; occorreva dunque creare una nuova lingua, un idioma del tutto originale e capace di tradurre questa sua impossibile esperienza. Nasce da qui la costruzione tutta nuoca della sua frase poetica, ormai libera da ogni influenza positivistica e parnassiana, una frase capace di spingersi al di là del prevedibile, concepita come continuo intreccio di immagine pura e di puro significato.
Subito dopo la travolgente formulazione della teoria della veggenza, Rimbaud inviò a Paul Verlaine alcune poesie e fu da questi invitato a Parigi. Partito alla volta della capitale con il manoscritto del Battello ebbro, ebbe inizio per lui quel turbolento periodo che prenderà le mosse dalla lunga e tormentosa storia d’amore con Paul per proseguire con il soggiorno a Londra e concludersi, tra rotture e riconciliazioni, con il colpo di pistola sparatogli da Verlaine a Bruxelles il 10 luglio 1873 3 che costò a quest’ultimo una condanna a due anni di carcere.
Durante questo periodo, dal 1871 al 1873, Rimbaud compose tutte le sue opere. Nel poemetto Il Battello ebbro  descrisse in modo sognante un viaggio in paesaggi esotici, nel sonetto Vocali  azzardò lo stupefacente accostamento di colori e lettere con un uso analogico del verso e della parola che gli valsero il consenso degli intellettuali simbolici. Durante brevi rientri in famiglia terminò  Una stagione in inferno, per dedicarsi successivamente alla composizione di Ultimi versi, nella stesura dei quali attese al perfezionamento lirico in senso ermetico, e probabilmente iniziò la stesura delle Illuminazioni.
Con quest’opera, suo capolavoro, Rimbaud abbandonò definitivamente la poesia.
Aveva 19 anni.
Da questo momento dismessi i panni del poeta, Rimbaud iniziò un periodo di continue peregrinazioni durante le quali accettò, per sopravvivere i più disparati lavori: nel 1874 fu in Inghilterra dove si mantenne impartendo lezioni di francese, fu quindi scaricatore di porto a Marsiglia, si arruolò come mercenario nella legione straniera presso l’armata coloniale olandese, dalla quale in seguito disertò; alla fine del 1878 fu capocantiere a Cipro e quindi in Egitto, poi commerciante in Etiopia e quindi lavorò ad Aden per un certo tempo, documentando il suo viaggio con una relazione che inviò alla Società di Geografia di Parigi.
Credendolo morto, nel 1886 Verlaine fece pubblicare le Illuminazioni  sulla rivista simbolista “La Vague”, ma anche se Rimbaud era ancora vivo la sua fine si stava avvicinando. All’inizio del 1891, i primi dolori al ginocchio destro erano il sintomo del tumore che lo avrebbe costretto a lasciare Harar per rientrare a Marsiglia. Nonostante l’amputazione della gamba, Rimbaud morì, il 10 novembre 1891, a 37 anni.
Postume, nel 1895, vennero pubblicate le Poesie complete nelle quali il poeta espresse con piena maturità lirica, scevra da ogni influenza esterna, la sua avversione ribelle per la sua famiglia, la politica e la religione. Successivamente, nel 1928, venne dato alle stampe il suo Voyage en Abyssinie,  e quindi nel 1931 Lettre de sa vie litteraire e nel 1932 Vers de college.
La poesia di Rimbaud è testimone e frutto dello spirito di un uomo nel quale ogni sentimento raggiunge l’esasperazione per tentare di pacificare un’altrettanto esasperata complessità psicologica.
Figlio del suo tempo, subì il fascino romantico della rivolta, che in lui assunse proporzioni universali: rivolta contro Dio, contro la società e contro la cultura. Il desiderio del nuovo lo indusse a spingersi oltre ogni limite, per attraversare quella regione che egli credeva popolata dalle forze sconosciute di una realtà radicata nel profondo dell’animo, un luogo situato oltre il limite delle umane capacità di comprensione.
La poetica di Rimbaud è un mosaico di parole che sono pura immagine: immagini che esprimono la disperata ricerca della verità e l’assoluto bisogno di comunicare, anche lo sconforto per il velleitarismo, la desolata rinuncia a farsi capire, l’angoscia della sua solitudine, la rassegnata accettazione dell’annullamento e l’immensa nostalgia per un’infanzia pura che non gli dato di vivere. Più che nel quasi  accanimento con cui, nel verso, sperimentò automatismi non mediati, la sua forza espressiva è tutta nell’impero del sentimento, che davvero riesce a muoversi libero da ogni schema per disegnare con leggerezza metafore impreviste ed immagini suggestive fatte di toni, colori e ritmi che aprono indiscutibilmente alla poesia moderna.
La sua dolorosa rinuncia alla possibilità di condividere la comprensione lo lasciò prostrato e vinto. Così come la Lettera del veggente  aveva rappresentato il suo documento programmatico, Una stagione in inferno  è la sconfitta della sua utopia. Datata dallo stesso Rimbaud aprile-agosto 1873, Una stagione in inferno  è la dichiarazione del suo fallimento, la descrizione, attraverso lucide suggestioni, dell’abisso al quale volontariamente e consapevolmente egli si è consegnato e dal quale si accomiata, costretto a riconoscere l’impraticabilità di ogni ulteriore evasione in quel mondo che ospita la parte sconosciuta della conoscenza. Egli abiura ogni eccesso, ogni trasgressione, ed abbandona le sue speranze in quanto confinate in in un mondo che gli è precluso ed al quale egli stesso si nega, consapevole della presunzione che ha nutrito nei confronti delle proprie capacità.
Malgrado la cruda incisività di Una stagione in inferno,  è la raccolta illuminazioni ad essere considerata il capolavoro di Rimbaud. Pur concepita come opera omogenea, essa si articola in una serie di “illuminazioni” scaturite da sensazioni e stati d’animo che appaiono tra loro del tutto differenti: alcune esprimono intensi attimi di gioia e sereni sentimenti di fiduciosa speranza, altre sono intrise di disperato pessimismo, altre ancora appaiono come semplicemente descrittive. Tutte tradotte da Rimbaud in una prosa poetica di raffinato lirismo che, più che nel significato, acquista spessore nel colore che egli riesce ad infonder alla realtà dell’anima universale di cui esprime il senso di trascendenza.
D’altro canto, se di “illuminazioni” si tratta, se esse sono flash, attimi di sensazioni appuntate per costruire, insieme, il mosaico della sensibilità artistica dell’uomo Rimbaud, questa apparente incongruità e giustapposizione di contenuti potrebbe trovare spiegazione nel continuo, rapido ed inatteso volgere del sentire umano, tanto simile agli incongrui mutamenti del sogno.

Di Paola Viscomi
Rivista Ottocento n. 2 Dicembre-Gennaio 2001

“Nelle azzurre sere d’estate
andrò per i sentieri
punzecchiato dal grano,
a pestar l’erba tenera.

Trasognato sentirò la sua frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò,
non penserò più a nulla
ma l’Amore infinito mi salirà nell’anima
e me ne andrò lontano,
molto lontano come uno zingaro,
nella natura, lieto come una donna”.

Rimbaud

Si dice che sia la prima poesia di Rimbaud, credo che ci sia in essa tutta la sostanza della vita.

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