La vergogna

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Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? E in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te?
I salvati del lager non erano migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario.
Sopravvivevano  di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie.
Non era una regola certa (non c’erano né ci sono nelle cose umane regole certe) ma era pure sempre una regola. Mi sentivo sì innocente ma intruppato tra i salvati e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri: sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato con maggiore o minore sapienza di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi appunto: ma è stato un discorso “per conto di terzi”, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio.
La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato raccontare la sua morte.
I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi: parliamo noi, in vece loro, per delega.

La vergogna da I sommersi e i salvati di Primo Levi

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