Il suicidio

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All’uscita dal buio, si soffriva per la riconquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni a un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall’alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti era annullato. Avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale, perché il nostro metro morale era mutato. Inoltre, tutti avevamo rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma “agli altri” alla controparte, ma sempre furto era; alcuni (pochi) erano discesi fino a rubare il pane al proprio compagno.
Avevamo dimenticato non solo il nostro paese e la nostra cultura, ma la famiglia, il passato, il futuro che avevamo rappresentato, perché, come gli animali, eravamo ristretti al momento presente.
Da questa condizione di appiattimento eravamo usciti solo a rari intervalli, nelle pochissime domeniche di riposo, nei minuti fugaci prima di cadere nel sonno durante la furia dei bombardamenti aerei ma erano uscite dolorose, proprio perché ci davano occasione di misurare dal di fuori la nostra diminuzione.
Credo che proprio a questo volgersi indietro a guardar l’acqua perigliosa siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la liberazione. Era sempre un momento critico, che coincideva con un’ondata di ripensamento e di depressione.
Per contro, tutti gli storici dei Lager, anche di quelli sovietici, concordano nell’osservare che i casi di suicidio durante la prigionia erano rari. Del fatto sono state tentate diverse spiegazioni; da parte mia, ne propongo tre, che non si escludono a vicenda

Primo: il suicidio è dell’uomo e non dell’animale, è cioè un atto meditato, una scelta non istintiva, non naturale e in Lager c’erano poche occasioni di scegliere, si viveva appunto come gli animali assertivi, che a volte si lasciano morire, ma non si uccidono.

Secondo: “c’era altro da pensare” come si dice comunemente. La giornata era fitta: c’era da pensare a soddisfare la fame, a sottrarsi in qualche modo alla fatica e al freddo, ad evitare i colpi; proprio per la costante imminenza della morte, mancava il tempo di concentrarsi sull’idea della morte.
Ha la ruvidezza della verità, la notazione di Svevo, in La coscienza di Zeno, là dove descrive spietatamente l’agonia del padre: “ Quando si muore si ha ben altro da fare che di pensare alla morte. Tutto il suo organismo era dedicato alla respirazione”

Terzo: nella maggior parte dei casi, il suicidio nasce da un senso di colpa che nessuna punizione è venuta ad attenuare; ora, la durezza della prigionia, veniva percepita come una punizione e il senso di colpa (se punizione c’è, una colpa deve esserci stata) veniva relegato in secondo piano per riemergere dopo la liberazione; in altre parole, non occorre punirsi col suicidio per una (vera o presunta) colpa che già si sta espiando con la sofferenza di tutti i giorni.

La vergogna da I sommersi e i salvati di Primo Levi

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