Lager

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L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé: il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma che indecifrabile, non era conforme a nessun modello, il nemico era anche dentro, il “noi” perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, una fra ciascuno e ciascuno.[…] Ora, non si può dimenticare che la maggior parte dei ricordi dei reduci raccontati o scritti, incomincia così: l’urto contro la realtà concentrazionaria coincide con l’aggressione, non prevista e non compresa da parte di un nemico nuovo e strano, il prigioniero-funzionario, che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando in una lingua che tu non conosci e ti percuote sul viso. Ti vuole domare, vuole spegnere su te la scintilla di dignità che tu forse ancora conservi e che lui ha perduta. Ma guai a te se questa tua dignità ti spinge a reagire: questa è una legge non scritta ma ferrea, il rispondere coi colpi ai colpi è una trasgressione intollerabile che può venire in mente appunto ad uno “nuovo”. Chi la commette deve diventare un esempio: altri funzionari accorrono a difesa dell’ordine minacciato, e il colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto.

La zona grigia da I sommersi e i salvati di Primo Levi
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