L’italiano prima della televisione

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Nel Risorgimento, il livello di alfabetizzazione della grande maggioranza del popolo italiano, a causa della complessiva arretratezza politica ed economico-sociale dei diversi Stati e governi, era molto basso, come risulta dalle prime statistiche.
Nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta. Solo le regioni che avevano recepito l’influsso delle riforme del governo austriaco e di quello piemontese, nei decenni della Restaurazione, potevano vantare un migliore livello di istruzione ma in generale coloro che sapevano leggere e scrivere non erano più del 10-12 per cento degli italiani, mentre ancora più limitato era il numero di persone di cultura media o superiore.
In questo contesto culturale, assunse una particolare importanza la questione delle lingua italiana. Da più parti, e già da tempo, si avvertiva la necessità di rendere l’italiano una lingua viva, moderna e popolare.
Nel dibattito si scontrarono fin dall’inizio due tendenze: quella degli intellettuali più moderni, illuministi (come il gruppo milanese della rivista “il caffè”) che voleva aprire la lingua italiana alle influenze stilistiche europee, soprattutto francesi e quella dei puristi (come l’accademia della Crusca di Firenze) che preferivano mantenere la lingua italiana legata alla tradizione.
La questione della lingua non era altro che un aspetto particolare di un più complesso problema culturale e politico di arretratezza e di frammentazione economica e sociale.
L’unificazione linguistica non avvenne infatti attraverso l’attuazione di un programma prestabilito, ma gradualmente per effetto delle trasformazioni che interessarono l’Italia dopo l’Unità.
A partire soprattutto dagli anni Trenta, molti intellettuali avevano posto la questione della lingua: alcuni avevano teorizzato la superiorità della lingua “alta” derivata dai grandi classici del passato mentre altri avevano valorizzato soprattutto l’eterogeneità degli influssi regionali alla base di una possibile lingua comune.
Francesco De Sanctis era stato tra i primi a cogliere l’elemento centrale della questione: aveva infatti pubblicato i primi dizionari della lingua italiana, scritta e parlata, mettendo in evidenza il radicamento culturale dei dialetti nelle grandi masse. Esisteva, infatti, una netta distinzione tra la lingua scritta e quella parlata, ovvero le lingue e i dialetti dei diversi Stati e poi delle regioni italiane.
Gli italiani, per molto tempo, continuarono infatti ad utilizzare nella vita quotidiana, il proprio dialetto di provenienza. La questione della lingua scritta, dunque, riguardò, nei fatti, solo una elite ristretta, anche perché coloro che parlavano l’italiano oscillavano tre il 3  eil 10 per cento della popolazione. Il resto degli italiani non sapeva parlare che dialetti differenti da zona a zona, anche a distanza di pochi chilometri. Non solo un bolognese faceva moltissima fatica a capire un siciliano, ma persino un milanese. Gli elementi di coesione nazionale, anche dal punto di vista culturale e linguistico, erano poco diffusi. Fu soprattutto Alessandro Manzoni (in particolare nel 1868, quando inviò al ministro  per l’istruzione un rapporto dal titolo Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla) a farsi portavoce dell’esigenza di unificare la lingua italiana, che avrebbe dovuto fondarsi, a suo avviso, sulla diffusione dell’uso parlato del fiorentino mediante la scuola elementare del nuovo Stato nazionale. Questo tentativo si scontrò, nei fatti con le diverse specificità culturali regionali, troppo affermate anche nell’ambito linguistico, con i vari dialetti, per poter essere di colpo accantonate nel decreto. Neppure il successivo tentativo di piemontesizzazzione della lingua italiana (1860-1880) riuscì a mettere in discussione le diversità culturali e i diversi usi e costumi delle regione italiane.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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