Fuori dai ruoli: le donne

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Nelle manifestazioni,sulle barricate, a fianco delle truppe regolari del Risorgimento ci furono non solo uomini ma anche donne.
Quello delle donne fu uno dei più significativi esempi di partecipazione all’azione pubblica politica nella storia italiana. Tuttavia esse non riuscirono ad avere un ruolo riconosciuto socialmente, sempre circondate com’erano da critiche, dissensi, e sarcasmi maschili. Escluse dall’esercizio di molte professioni e dalla maggior parte dei ruoli istituzionali, le donne dell’Ottocento svolsero comunque una vasta gamma di attività di grande rilievo: dall’ostetricia all’insegnamento, dalla filantropia all’assistenza ai malati. In epoca di guerre continue, le donne furono spesso protagoniste dell’assistenza ai feriti, della raccolta di risorse a sostegno delle imprese militari, della gestione dei contatti con i detenuti politici. In altri casi, le donne intrapresero attività tradizionalmente maschili., dal giornalismo politico alla partecipazione ai combattimenti, mostrando che i confini tra i ruoli sessuali potevano essere valicati.
Figure femminili diedero vita a salotti letterari, libere associazioni e comitati civici, che in età risorgimentale erano anche gli unici luoghi di formazione e circolazione di idee e progetti politici.
Molte di loro scrivevano articoli, scendevano in piazza, diffondevano appelli e manifesti, anche se finivano per essere sempre ricondotte dall’uomo a un ruolo marginale di madre, figlia, sorella, fidanzata, moglie e mai di protagonista diretto.
Una sparuta minoranza cercò di sfuggire a questo clichè per conquistarsi spazi mai avuti prima, come per esempio il caso delle donne che morirono difendendo la repubblica romana. Questo genere di donna eroica, in netto contrato con la rappresentazione tipica della femminilità, aveva spesso i tratti fisici maschili ed era espressione di una specie di “virilità” basata sull’unione di forza ed intelletto e dominio razionale di sé. Vi era, inoltre, un evidente contrato tra norme e istituzioni che escludevano le donne dall’esercizio delle professioni, dalla vita pubblica, dalla dimensione politica, e le storie anche drammatiche e suggestive, che le donne avevano vissuto durante il Risorgimento, sfidando i divieti e i costumi dell’epoca.
Nella maggior parte dei casi, però, la donna rimaneva una sorta di un “accessorio” del capofamiglia, padre o marito che fosse.
Nel codice civile del 1865 le donne erano subordinate al marito nell’esercizio della patria potestà sui propri figli legittimi ed erano private del diritto di essere ammesse ai pubblici uffici. Non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. Alle donne veniva ancora chiesta l’autorizzazione del coniuge per donare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali. Tale autorizzazione era necessaria anche per ottenere la separazione legale.
L’articolo 486 del codice penale prevedeva una pena detentiva ben più lunga per la donna adultera, mentre puniva il marito, peraltro con una pena minore, solo in caso di concubinato.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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