Yoga e occidente (IV parte)

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In Europa la potenza della scienza e della tecnica è tanto grande e incontestabile che non val quasi la pena di calcolare tutto quello che l’uomo può fare, tutto quello che ha inventato; c’è da spaventarsi delle sue mostruose possibilità. Quello che comincia a profilarsi è un quesito del tutto diverso: “Chi fa uso di queste possibilità? Nelle mani di chi si trova questa potenza? Lo stato è per adesso un sistema provvisorio di difesa, e tutela apparentemente il cittadino dall’enorme quantità di veleni e altri infernali mezzi di distruzione che possono essere fabbricati in qualsiasi momento a migliaia di tonnellate. Le nostre possibilità sono diventate così pericolose, che ci si domanda con maggiore insistenza non che cos’altro potrebbe fare l’uomo, ma come dovrebbe essere fatto l’uomo cui è affidato il controllo di queste spaventose possibilità, o come si potrebbe cambiare la mente dell’occidentale perché egli vi rinunciasse. Sarebbe infinitamente più importante togliergli l’illusione della sua potenza anziché confermarlo ancor più nella sua errata convinzione di potere tutto quel che vuole. Il detto corrente: “Volere è potere” è costato milioni di vite.
L’occidentale non ha bisogno di superiorità sulla natura all’esterno e all’interno; le possiede entrambe con una perfezione quasi diabolica. E’ incapace invece di riconoscere coscientemente la propria inferiorità verso la natura che è in lui e intorno a lui. Quello che dovrebbe imparare è che non può fare come vuole; se non imparerà questo, la sua propria natura lo distruggerà; egli infatti ignora la sua anima, che gli si ribella contro con atto suicida.
Dato che l’occidente è capace di trasformare ogni cosa in tecnica, in linea di principio tutto quello che ha l’aspetto di metodo è pericoloso e condannato al fallimento. In quanto pratica igienica, lo yoga è utile all’occidentale quanto qualsiasi altro sistema, ma nel senso più profondo non è questo che vuol essere. Vuole molto di più. Cioè, se ben lo comprendo, vuole il distacco e la liberazione definitiva della coscienza da qualunque dominio da parte dell’oggetto e del soggetto. Dato però che non ci si può separare da quello di cui non si è consapevoli, l’europeo deve per prima cosa conoscere il suo soggetto, cioè quello che in occidente è chiamato inconscio. Il metodo yoga si applica esclusivamente alla coscienza e alla volontà cosciente. Una simile impresa è però promettente soltanto quando l’inconscio non possiede un potenziale considerevole, cioè quando non contiene importanti porzioni della personalità. Se le contiene, ogni sforzo conscio è sterile, e quel che risulta da questa frenesia è una caricatura o addirittura esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto essere il risultato.
La ricca metafisica e il ricco simbolismo d’oriente esprimono una parte grande e importante dell’inconscio, diminuendone il potenziale. Con la parola prana lo yogi intende notevolmente di più del semplice respiro. La parola prana comporta per lui l’intera componente metafisica, ed è come se egli sapesse realmente                quel che prana significa anche sotto questo aspetto. Non lo sa con l’intelletto ma con il cuore, con le viscere e con il sangue. L’europeo lo imita e impara concetti a memoria, perciò non è in condizioni di esprimere fatti soggettivi per mezzo di concetti indiani. Ritengo molto poco probabile che l’europeo, se potesse fare esperienze corrispondenti, sceglierebbe per esprimerle proprio un concetto come quello del prana.

 

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