Yoga e occidente. (III parte)

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Tacerò sul significato che ha lo yoga in India, non presumendo di poter pronunciare un giudizio su ciò che non conosco per esperienza personale, ma posso dire qualcosa sul significato che ha lo yoga in occidente. Da noi la mancanza di una regola è tale da confinare con l’anarchia psichica; perciò ogni pratica religiosa o filosofica promette una disciplina psicologica, cioè un metodo d’igiene psichica. I numerosi esercizi yoga esclusivamente fisici rappresentano anche un’igiene fisiologica molto superiore alla solita ginnastica e agli esercizi di respirazione, in quanto non è soltanto scientifico-meccanica, ma anche filosofica. Attraverso gli esercizi, essa nette il corpo in contatto con l’interezza dello spirito, come risulta dagli esercizi del pranayama in cui il prana è al tempo stesso il respiro e l’universale dinamica del cosmo. Quando l’azione del singolo è contemporaneamente un evento cosmico, l’emozione fisica (innervazione) si collega con quella spirituale (idea universale). Ne deriva una vivente interezza che nessuna tecnica, per quanto scientifica sia, potrà mai produrre. La pratica dello yoga è impensabile e sarebbe anche inefficace senza le idee dello yoga, e coinvolge a un punto raro ciò che è del corpo e ciò che è dello spirito.
Mi viene facile pensare che in Oriente, dove queste idee e queste pratiche sono nate e dove da millenni una tradizione ininterrotta ne ha creato tutte le necessarie premesse spirituali, lo yoga sia l’adeguata espressione e il metodo pienamente adatto a fondere insieme corpo e spirito fino a farne un’unità difficilmente contestabile, e creando una disposizione psicologica che permette intuizioni trascendenti la coscienza. La mentalità storica dell’India, ad esempio, non ha alcuna difficoltà di principio a fare un uso sensato di un concetto come quello del prana. L’occidente invece con la sua cattiva abitudine di voler credere,  da un lato, e dall’altro, esercitando contemporaneamente la sia raffinata critica scientifica e filosofica, se cade dapprima nel trabocchetto della fede e ingoia a occhi chiusi concetti come prana, atman, chakra, ecc, in breve, con la sua critica scientifica, inciampa già sul concetto di prana. Così fin dal principio la scissione dello spirito occidentale rende impossibile un’adeguata realizzazione delle intenzioni dello yoga. O ne fa un fenomeno strettamente religioso o un training di tecnica mnemonica, ginnastica, respiratoria, euritmia ecc, nei quali non si trova traccia di un’unità e interezza dell’essere, caratteristica dello yoga.
L’indiano non può dimenticare né il corpo né lo spirito; l’europeo dimentica o l’uno o l’altro. E’ vero che questo gli ha permesso di conquistare il mondo mentre l’indiano non l’ha fatto. L’indiano non soltanto conosce la sua natura, sa anche fino a che punto sia natura egli stesso. L’europeo invece ha una scienza della natura e stupisce per la sua ignoranza della propria natura, della natura in lui. Per l’indiano è una buona cosa conoscere un metodo che lo aiuti a dominare, all’interno e all’esterno, la potenza suprema della natura. Per l’europeo è un gran nocumento finire di opprimere la sua natura già mutilata, facendone un docile robot.
Si dice che lo yogi sia capace di muovere le montagne, benché questo fatto sia difficilmente dimostrabile, il suo potere si muove entro confini accettabili dall’ambiente circostante. L’europeo invece può fare saltare in aria le montagne; la guerra mondiale ci ha dato un amaro saggio di quanto egli è capace di fare quando il suo intelletto si dissocia dalla natura umana. Come europeo, non posso augurare all’europeo maggior controllo, maggior potenza sulla natura in lui e intorno a lui. Sì, sono costretto a confessare a mia vergogna che devo le mie migliori intuizioni all’aver fatto sempre il contrario di quel che dice lo yoga, l’europeo, nel corso del suo sviluppo storico, si è talmente allontanato dalle sue radici, che il suo spirito ha finito per scindersi in fede e conoscenza, come ogni eccesso psicologico si scompone nei sui opposti. Egli ha bisogno di ritornare alla natura, non alla maniera di Rousseau, ma alla sua natura. Suo compito è ritrovare l’uomo naturale, invece non vi è nulla che gli piaccia tanto quanto escogitare sistemi e metodi atti a reprimere l’uomo naturale che gli mette sempre i bastoni tra le ruote. Quindi farà immancabilmente un cattivo uso dello yoga, perché la sua disposizione psicologica è completamente diversa da quella dell’orientale. Dico a quanti più posso: “Studiate lo yoga, vi imparerete un’infinità di cose, ma non lo praticate, perché noi europei non siamo fatti  in modo da poter usare senz’altro quei metodi come si conviene. Un guru indiano vi può spiegare tutto e voi potete imitare tutto. Ma sapete chi pratica lo yoga? In altre parole, sapete chi siete e come siete fatti?

La saggezza orientale di Carl Jung

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