Lo yoga e l’occidente (I parte)

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L’occidente possiede qualche nozione sullo yoga da meno di un secolo. Da più di duemila anni avevano raggiunto l’Europa ogni sorta di racconti meravigliosi provenienti dalle Indie favolose con i loro saggi e contemplatori del proprio ombelico, ma la filosofia e la prassi filosofica indiana hanno cominciato ad essere veramente conosciute quando sono diventate celebri le Upanisad, rivelate all’occidente dal francese Anquetil du Perron. Dobbiamo tuttavia a Max Muller di Oxford e ai Sacred Books of the East, da lui pubblicati, una conoscenza più generale e più approfondita di queste dottrine, riservata in un primo tempo all’indologo e al filosofo. Presto però il movimento teosofico, promosso da Madame Blavatskij, s’impadronì delle tradizioni orientali e le rivelò al grande pubblico. Da quel momento, la conoscenza dello yoga si mantenne in occidente per molti decenni, sia come rigorosa scienza accademica, sia come qualcosa che si poteva forse chiamare religione benché non si fosse sviluppata fino al punto di divenire una chiesa organizzata, nonostante gli sforzi di una Anne Besant e del fondatore del ramo secessionista antroposofico, Rudolf Steiner, seguace di Madame Blavatskij.
Questo singolare movimento occidentale può difficilmente essere paragonato a quel che lo yoga significa in India. In occidente le dottrine orientali incontrarono una particolare situazione spirituale che l’india, o almeno l’india dei primi tempi, non conosceva, e cioè la rigida separazione tra scienza e fede che già esisteva, in grado maggiore o minore, da trecento anni quando le dottrine dello yoga cominciarono ad esser a poco a poco conosciute.
Questa separazione, fenomeno specificatamente occidentale, ebbe inizio tutto sommato con il rinascimento, nel quindicesimo secolo. Sorse allora vivissimo un interesse generale per l’antichità, favorito dalla caduta dell’impero romano d’oriente sotto i colpi dell’Islam. Soltanto allora si diffuse la conoscenza della lingua r della letteratura greca. Succedendo direttamente all’invasione della cosiddetta filosofia pagana, il grande scisma della Chiesa romana, il protestantesimo, presto abbracciò l’intero nord dell’Europa. Ma nemmeno questo rinnovamento del cristianesimo riuscì a prolungare il servaggio degli spiriti liberati.
Era giunta l’epoca delle scoperte geografiche e scientifiche, e il pensiero si emancipò in misura sempre crescente dai vincoli opprimenti della tradizione religiosa. Le chiese, è vero, sopravvissero per le esigenze strettamente religiose dei popoli, ma cessarono di essere guida culturale. Mentre la chiesa di Roma rimaneva una, grazie alla sua insuperabile organizzazione, il protestantesimo si spezzettò in circa quattrocento denominazioni diverse, dimostrando da un lato la sua impotenza, dall’altro una vitalità religiosa costantemente dinamica. Nel corso del diciannovesimo secolo si giunse poco per volta a costruzioni sincretistiche e a importazioni massicce di sistemi religiosi esotici, come quello dell’Abdul Bahai, le sette dei sufi, la missione di Ramakrishna, il buddismo e così via. Molti di questi sistemi, come l’antroposofia, si collegarono con elementi cristiani, il quadro che ne deriva corrisponde approssimativamente al sincretismo ellenistico del terzo e quarto secolo, di cui almeno qualche impronta giunse fino all’India.[…]

La saggezza orientale di Carl Jung

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