La ragazza del secolo scorso

By

Carismatica, fascinosa, idolatrata e mitizzata, oppure antipatica perché sempre “prima della classe” non senza un filo d’ignoranza? Nonostante diplomatici distinguo, non sembrano esserci vie di mezzo, almeno tra i compagni di strada. Certo Rossana Rossanda, la grande vecchia, ma sempreverde come gli Scalfari, gli Ingrao, i Bobbio, la Signora in rosso della politica italiana l’intellettuale da “ipse dixit”, non può suscitare rispetto.
Intelligentissima e colta, lavoratrice indefessa e idealista, scomoda e necessaria dirigente del Pci, infine radiata dopo 25 anni di passionale e razionale militanza, ce n’è abbastanza perché il suo ultimo libro La ragazza del secolo scorso costituisca un caso, anche letterario.

Ma è da verificare se sia davvero un evento tale da suscitare sperticati consensi, valga per tutti quello che gli attribuito L’Espresso definendolo “il più bel libro dell’anno, tale da far schiattare d’invidia la romanzeria italiana” .
Con un eccesso, a parer mio, di benevolenza agiografica che ne fa un santino, operazione sempre pericolosa.
Naturalmente se ne mettono in luce anche i difettucci: qualche errore di memoria, qualche svarione dovuto, a editing disattento, qualche autogiustificazione di troppo (in sostanza: “abbiamo sbagliato ma avevamo ragione”).
Mentre si esalta la genialità di una scrittura travolgente in cui si penetra a poco a poco. Questo in parte è vero. A una prima lettura lo stile risulta un po’ faticoso: alterna momenti di grande forza rievocativa a inutili preziosismi da tavolino e a qualche sciatteria. Non sempre Rossanda è un’artista del racconto.
Ma va riconosciuto che nonostante alcuni passaggi (ripetitive storie interne di sezioni, federazioni, delegazioni, comitati e congressi) e il dar per scontati nomi e fatti che parlano solo agli addetti ai lavori, sicché parecchie pagine sembrano scritte per comunicazioni interna, tuttavia il libro cattura, e soprattutto all’inizio e verso la conclusione è addirittura trascinante.
Ma come definirlo, se le definizioni contano? Una storia del partito attraverso il ricordo di una militante? O piuttosto un romanzo di formazione, un’educazione sentimentale attraverso la politica? Sul privato, Rossanda è pudica, non mostra le viscere, forse è anche per questo non è mai stata femminista) O paradossalmente, infine, un “romanzo d’amore”?
Propendo per questa interpretazione. Le pagine più belle, oltre a quelle sull’infanzia e adolescenza a Pola, a Venezia, all’università di Milano e Padova, sono alcune rievocazioni di grandi eventi e momenti: la grigia Milano bombardata, il Sud delle braccianti che sembrano uscita da una tragedia greca, il maggio parigino dove le speranze volavano alle stelle, il taglio delle teste nel partito conseguente alle critiche interne dopo l’invasione di Praga.
Ma anche gli aneddoti di viaggio nella Berlino prima del muro, nella Mosca del ’49 dove nulla aveva capito di quanto avveniva, le delegazioni a Budapest e in Spagna il mese passato a Cuba in cui il leader maximo, a fronte delle resistenze dei contadini a cedere le terre si chiede scherzando cinicamente: ” Hay que fusilarlos?”
Anche alcuni personaggi dell’entourage dell’autrice costituiscono gustosi medaglioni: si veda un Pajetta depresso e minacciante il suicidio di fronte a lei che aprendogli la finestra esclama: “Buttati!”. Si veda Amendola che, sentendo che s’era messa insieme a K.S. Karol, polacco antistalinista ma non anticomunista, esclama :”Peccato, una così brava persona!” o lo stesso Karol che le chiede incredulo: “Ma davvero eravate ciechi, non vedevate, non sapevate?”
Ed eccoci al dunque: al di là del valore letterario del libro, della forma che è sempre il primo contenuto , restano questi qui e altri simili i grandi interrogativi ch Rossanda cerca con grande onestà di riproporre: perché gli italiani e lei stessa, erano stati per molto tempo indifferenti o ciechi di fronte al fascismo o al nazismo? Perché il PCI non aveva fatto chiarezza sugli orrori del PCUS e sugli errori del comunismo italiano? (In sintesi: aver taciuto troppo, non aver dato credito ai movimenti giovanili del 68 e 69, non aver stigmatizzato a dovere l’imperialismo sovietico)
A queste accuse, Rossanda risponde ammettendo sbagli e fallimenti civettando con la sua memoria reumatica, con estrema insicurezza nel parlare in pubblico, dandosi persino della scema , ma con la consapevolezza orgogliosa che “io ero io”.
E perciò di poterselo permettere: Un libro in qualche modo memorabile, quindi, come a suo tempo fu memorabile la fluviale autobiografia di Simone de Beauvoir. Forse non il miglior libro dell’anno, ma certo fra quelli che è peccato di omissione non leggere: Perché storicizza un vissuto straordinario. Perché sa fare in esame di coscienza al limite del masochismo. Ma anche perché vi traspare un ideale, una sorta di religione laica persistente attraverso errori, orrori e fallimenti.
La domanda però resta: basta questo per un’assoluzione?

di Gabriella Imperatori da Leggere Donna 

Annunci