Borghesie e dintorni

La frattura tra paese reale e paese legale, come pure la cosiddetta dittatura di una minoranza riassumono il quadro sociale e politico di uno Stato unitario in cui la borghesia svolge il ruolo di protagonista. Nel nuovo assetto essa, segmento minoritario della popolazione italiana (ne rappresenta soltanto il due per cento), si afferma come forza dinamica. Principali figure di questo ceto emergente sono quelle del possidente agrario, tipologia borghese più vicina all’aristocrazia, del professionista (l’avvocato, il medico, l’ingegnere, il notaio), il borghese colto, umanista, del burocrate e dell’imprenditore, tipologie borghesi queste ultime che si collocano su una linea di confine che le separa e le distingue per prestigio e profilo economico e culturale dalla piccola borghesia, quella vecchia degli artigiani, dei commercianti e dei piccoli proprietari e quella nuova degli impiegati e degli addetti ai servizi e dal proletariato rurale, maggioritario, e di fabbrica, all’epoca ancora assai scarno.
La borghesia italiana si definisce essenzialmente per la sua vocazione non produttiva, conseguenza di un paese dal profilo eminentemente agricolo e assai in ritardo sul piano industriale rispetto ad altri paesi europei. Il vero ingresso dell’Italia nel secolo borghese non è infatti determinato dalla conversione in senso   Da qui una borghesia umanistica la cui affermazione come ceto di governo si gioca proprio sul terreno della costruzione di un apparato amministrativo, sull’urgenza di creare strutture di riferimento e di collegamento di realtà regionali diversificate e distanti.
Una legittimazione che riceve ulteriore impulso anche dal progressivo abbandono della scena politica da parte dell’aristocrazia fondiaria che, alla dimensione di interlocutore politico, privilegia quella di elite sociale.
Lo stretto legame tra professionismo ed esercizio del potere, in marcata controtendenza rispetto ad altri contesti monarchici, è l’elemento che caratterizza la vita pubblica italiana: in ambito parlamentare, ma non solo in quello, la presenza di professionisti è largamente maggioritaria rispetto a quella degli aristocratici. La legittimazione politica investe così un ristrettissimo settore della società italiana, la borghesia, anima di un sistema oligarchico che necessita il supporto di forze di controllo e di mediazione con le classi subalterne. L’unificazione segna in questo senso il progressivo affermarsi di una piccola borghesia composta di piccoli burocrati, impiegati, dell’amministrazione pubblica in particolare, come pure delle banche, del commercio, delle compagnie di assicurazione, destinata nel tempo ad aumentare in numero e in importanza.
Un ceto escluso dal poter cui la classe dirigente accorda il privilegio di sfiorarlo in virtù del ruolo di mediatore che ad esso affida. A questa zona sociale di frontiera appartengono anche coloro – carabinieri, preti, maestri – che la classe dirigente grava del non facile compito di vivere a contatto diretto con gli strati più bassi della società, di essere portavoce e mediatori delle loro esigenze, di controllarne e reprimerne gli impulsi all’insubordinazione. Un compito che si sarebbe rivelato non privo di ambiguità e di contraddizioni dato che la mediazione e il controllo dovevano esercitarsi proprio su quelle classi da cui provenivano coloro cui si delegava l’esercizio del controllo sociale.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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