Emigrazione

Durante il Risorgimento l’emigrazione divenne, per la prima volta, un fenomeno su vasta scala che interessò masse di popolazione, legandosi inevitabilmente alla questione economica.
Dopo l’Unità il numero medio di emigranti per anno superò le 150.000 unità (contro le 30.000 dei primi decenni dell’ottocento).
L’emigrazione pre-unitaria, invece, riguardava soprattutto italiani esiliati per la libertà e la “giusta causa”, in attesa di un ritorno in un’Italia unita ed indipendente.
Gli esuli politici del 1821, vittime della cieca intransigenza della reazione dei vari regnanti, trovarono nei paesi di destinazione molto altri italiani emigrati in precedenza. Iniziarono così a tessere reti di relazioni amicali e familiari, che andarono a sostituirsi agli equilibri spezzati con la terra d’origine, dando vita a nuivi legami fondati principalmente sul senso di patria e sulla solidarietà, per una condizione comune. Si trattava di studenti, militari, artigiani, mercanti, artisti, uomini e donne di diversa formazione culturale (illuministi, romantici, credenti) e politica (soprattutto ex-giacobini, socialisti-utopisti).
alcuni di loro, si pensi ad esempio Mazzini, grazie all’influsso delle idee conosciute in altri paesi europei, contribuirono con libri e articoli, destinati a intellettuali e semplici cittadini rimasti in Italia, alla formazione dell’ideale di un’Italia unita.
inizialmente temporanea, caratterizzata da partenze annuali a carattere stagionale o annuale, con destinazione Francia, Belgio e Germania, l’emigrazione italiana risorgimentale divenne in seguito permanente e interessò i paesi transoceanici (Stati uniti, Canada, America Latina, Australia).

L’emigrante risorgimentale andava alla ricerca di un contesto culturale e sociale più vicino alla propria mentalità, con motivazioni che differivano molto da quelle degli emigranti successivi, che partivano soprattutto per problemi di ordine socio-economico, nel tentativo di trovare nuove opportunità di impiego e costi di vita più accessibili.
Le regioni più interessate dal fenomeno migratorio furono, a Nord, il Piemonte, la Liguria e il Veneto, e al sud la Campania, la Sicilia e la Calabria. L’Italia centrale non registrò, in questi anni, particolari flussi migratori. I mestieri svolti dai migranti italiani all’estero erano svariati: i piemontesi e i veneti furono quasi sempre braccianti agricoli e taglialegna, i toscani e gli emiliani furono soprattutto venditori ambulanti e commercianti, i meridionali svolsero mansioni come operai, scavatori, muratori, fruttivendoli e pizzaioli.
Solo nel 1888 lo Stato Italiano emanò una prima legge sull’emigrazione, sancendo la libertà di espatrio, pur sempre sorvegliato da alcuni agenti dell’emigrazione e poi da un commissariato generale, creato nel 1901, che poteva anche sovvenzionare gli emigranti.
Più in generale, lo Stato italiano non si interessò in particolare di limitare e regolare i flussi migratori. Molto importante era per il governo italiano, a livello finanziario, il fenomeno delle rimesse, cioè quel denaro che dall’estero rientrava in Italia per contribuire al sostentamento delle famiglie dei migranti. Col tempo venne a crearsi così un’altra Italia, fuori dai confini della penisola, unita dai costumi, dalle abitudini, dagli usi alimentari che guardava all’ideale della patria e all’Unità del paese in maniera appassionata, esaltando gli aspetti positivi dell’italianità, idealizzandoli, senza tener conto delle difficoltà di integrazione cui andavano incontro gli italiani nella penisola da poco unificata. Nell’emigrazione post-risorgimentale affonda le sue radici anche il mito delle colonie e dell’impero, fatto proprio e utilizzato in termini propagandistici, successivamente, dal regime fascista.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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