L’autonomia dell’inconscio

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Quando San Paolo dice: “Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio ”, dà espressione alla stessa esperienza, osserva cioè che talvolta si fa viva in noi una volontà che opera il contrario di ciò che noi vogliamo od approviamo. Ciò che è compiuto da quell’altra volontà non è necessariamente il Male; anzi, quella può anche volere il meglio e viene in tal caso supposta come un essere superiore che ci conduce o ispira, come uno spirito protettore o un genio nel senso del “daimonion” socratico.
Spesso quella volontà non è neppure un’entità che possa essere chiamata buona o cattiva, ma semplicemente qualche cosa che si fa valere in modo sorprendente, qualche cosa di diverso dalla propria volontà e dal proprio pensiero, così da dare l’impressione che si sia ispirati o posseduti da spiriti estranei.
L’esperienza, non meno nota, dell’attività del sogno e della fantasia, costituisce un’altra fonte di tali rappresentazioni. Il razionalismo scientifico dimenticò l’importanza di tutto ciò, e riteneva che la coscienza dell’Io equivalesse alla totalità della psiche; ma, recentemente, la moderna psicologia medica è venuta a formulare opinioni che palesano una somiglianza sorprendente con le antichissime rappresentazioni menzionate or ora.
Si è giunti infatti all’ipotesi che l’Io cosciente non rappresenti che una sezione della psiche, poiché certi fenomeni, e in particolar modo alcuni tra quelli appartenenti alla vita spirituale anormale, non potrebbero essere spiegati facilmente a meno di voler ammettere l’esistenza di zone dell’anima [Psychè] all’infuori della coscienza dell’Io e l’esistenza ivi di contenuti e attività a cui dovrebbero essere attribuiti non soltanto i sogni ma altresì molti fenomeni i sintomi altrimenti inspiegabili.

Queste zone dell’anima, estranee alla coscienza, vengono riunite sotto la denominazione di “inconscio”.

Ricercatori quali Janet Flournoy, Breuer, Freud ed altri hanno chiaramente provato l’esistenza di quel “quid” inconscio-psichico. Ma limitarsi a constatare l’esistenza di un inconscio non poteva bastare, poiché con ciò quel concetto restava indeterminato e negativo. Bisognava fare quindi un altro passo per esplorare la natura e il contenuto dell’inconscio. A tal fine sono stati dedicati in particolare i lavori di C.G.Jung…”

(Dal saggio “La realtà dell’Anima”, scritto da Jung ed Emma)

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