Dal Risorgimento alla Resistenza

L’espressione “nuovo” o “secondo” Risorgimento per definire la Resistenza nacque subito dopo la liberazione (già nel primo anniversario del 1946 ebbe luogo una mostra dal titolo emblematico Primo  e Secondo risorgimento). Esprimeva, da parte di chi l’aveva proposta, un motivo ideale, non semplicemente una metafora enfatica, patriottica o un entusiasmo tipicamente retorico: stava a significare che il fascismo non era stato una semplice parentesi nella storia italiana e che la Resistenza non era nata improvvisamente e in modo quasi provvidenziale, ma aveva delle precise radici storiche.Era naturale che durante la resistenza, ma anche durante le fasi precedenti dell’antifascismo, si richiamasse l’immagine del risorgimento come termine di paragone per sottolineare l’elevatezza morale e spirituale,l’eroismo di una minoranza rispetto al conformismo della maggioranza. Nonostante il fascismo si dipingesse come il completamento della “rivoluzione risorgimentale” mancata, alcuni studiosi coevi definirono provocatoriamente il regime fascista come una sorta di anti-Risorgimento. Il Risorgimento non era stato un movimento di popolo, non aveva coinvolto, se non in maniera marginale, vaste masse. Lo stesso era accaduto con la resistenza, opera di minoranze più avanzate, rivoluzionarie e radicali. Poi c’era il riferimento simbolico dei combattenti partigiani agli eroi risorgimentali, in particolare a Garibaldi (con le note brigate che ispirarono poi il fronte popolare del 1848). Inoltre, parlare di “secondo risorgimento” conferiva alla resistenza il carattere di una lotta contro lo straniero, mettendo in secondo piano gli elementi di conflitto interno (oovero la tesi della guerra civile) tra la popolazione italiana.
La responsabilità del ceto dirigente, che aveva portato dall’Unità all’Italia liberale d’inizio secolo e poi dritti fino al fascismo, era indubbia. Il legame tra Risorgimento e Resistenza non era dunque solo di tipo temporale, nel senso di resistenza intesa come un “secondo tempo” del risorgimento, ma soprattutto di tipo contenutistico, cioè a dire che la Resistenza avrebbe dovuto dare la soluzione alle questioni che il Risorgimento non aveva risolto. Il nuovo risorgimento avrebbe dovuto completare l’opera di democrazia iniziata in precedenza. In tal senso l’approdo al parlamentarismo della repubblica e alla costituzione italiana non rappresentavano altro che i risultati di lungo periodo del risorgimento.
A fronte di questa interpretazione che lega i due momenti, di recente sono sorte proposte di revisione sia del momento risorgimentale,  sia di quello resistenziale, volte a mettere in evidenza soprattutto le cosiddette “ragioni dei vinti” e quindi valorizzando nel caso del Risorgimento le istanze federaliste e separatiste; nel caso della Resistenza, le idee di quegli italiani che avevano creduto veramente e non solo  opportunisticamente nel fascismo e poi dei repubblichini, invocando la pacificazione tra vincitori e vinti.
La stessa scelta dei due termini è emblematica di un simile modo di sentire dei rispettivi protagonisti.
Derivato dal termine “risorgere”, cioè risvegliarsi e risollevarsi, il sostantivo “risorgimento” stava a significare rinascimento e risurrezione nazionale ed era in uso già in precedenza rispetto all’età risorgimentale, ma acquisì il suo significato di liberazione dalla presenza straniera in suolo italiano e poi anche di unificazione in un solo Stato solamente a posteriori. Lo stesso accade per il termine “resistenza”, tradotto dal francese, e circolato pochissimo tra i contemporanei fino al momento. Esso manteneva un significato allusivo, vago, metaforico ed enfatico e permetteva di evitare un appiattimento su visioni e ideali convergenti da parte delle diverse forze politiche che l’avevano sostenuta.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

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