Un intenso impegno civile

Quella di Marisa Diena è una storia di intenso impegno civile.

Quando le chiedo di raccontarcela si schermisce, quasi s’intimidisce. Seppur consapevole della curiosità e del fascino che suscita in chi l’intervista, per lo meno al telefono, mantiene una riservatezza impenetrabile; insomma, su certe questioni lei chiacchiere non ne vuole fare. È nella sua natura evitare qualsivoglia rischio di protagonismo o di autoreferenzialità (e non sono molte le persone che temono questi “rischi”). Siccome però non è l’unica così caparbia, ed essendo chi scrive sentitamente determinato ad approfondire la sua vicenda, si vede costretta a rimandarmi alla sua autobiografia pubblicata da Lupieri Editore nel 2006. Intraprendo così questa lettura che si rivelerà esaltante e commovente, istruttiva e intimamente coinvolgente, bellissima.

Marisa Diena ha attraversato il ventesimo secolo come donna, antifascista, resistente, partigiana, comunista, militante, femminista, insegnante (molti anni passati anche alla Scuola Media Emanuele Artom). Ha vissuto sulla sua pelle tutta la tragicità del Novecento, i laceranti dolori che ha arrecato e le passioni travolgenti che ha suscitato.

“La mia vita?” mi dice, “la veda nel mio libro”. E così mi accingo a tracciarne le tappe principali.

Nasce nel 1916 da una famiglia ebraica della borghesia torinese. Trascorre l’infanzia e la prima adolescenza nell’agiatezza insieme ai fratelli Giorgio e Franco, frequenta il liceo classico Vittorio Alfieri..

Non si lascia tuttavia imporre quell’eredità culturale cui una donna del suo ceto si sarebbe supposta vincolata, bensì matura presto un’identità autonoma e, incoraggiata dal fratello maggiore Giorgio Diena, prende le distanza da un mondo – quello borghese – che le si rivela inconsistente, conformista, inautentico.

Sono stata una rivoluzionaria, mica una ribelle”; alla famiglia e ai suoi valori non oppone un rifiuto violento, semplicemente se ne allontana. Nel 1942, conseguita la laurea in lettere, si trasferisce a Roma, desiderosa di sprovincializzarsi, di affrontare l’impatto col “mondo vero” uscendo dalla bolla di sapone della Torino bene.

Vivere da sola in una grande città sconosciuta, lontano dall’involucro protettivo di genitori e amici, con il solo sostegno di un impiego precario, è un atto di autodeterminazione di una risolutezza inusuale per una donna nata nel ’16.

Nel frattempo il fascismo imperversa, e parallelamente si va delineando l’antifascismo di Marisa. Lei definisce “estetico” il suo antifascismo di questa prima fase, intendendo con ciò sottolineare l’intolleranza provata verso la vuota retorica, la volgarità e l’invasività nella vita privata della propaganda fascista. Questo sentimento si rivelerà l’embrione di una passione civile che segna tutto il corso della sua esistenza.

Il primo incarico clandestino le viene affidato dal marito della sua amica d’infanzia Natalia, Leone Ginzburg, il quale, confinato a Pizzoli (minuscolo comune della provincia dell’Aquila), aveva la necessità di recapitare a Roma dei documenti segreti.

Da quel momento in poi Marisa viene sempre più assorbita dalla lotta partigiana. È volontaria nelle file della IV Brigata Garibaldi, sotto la guida di “Barbato”, il comandante Pompeo Colajanni.

L’arruolamento vero e proprio avviene nel cuneese, precisamente a Barge, dove, presso la casa di Ludovico Geymonat si cominciavano a riunire i resistenti comunisti della zona; il Comando era costituito, oltre che da Barbato, da Gustavo Comollo, Antonio Giolitti (nipote di Giovanni), Giovanni Guaita.

Iniziano a stringersi legami e rapporti di collaborazione con le popolazioni contadine della regione, nella prospettiva di articolare un’organizzazione sempre più capillare che abbia un’ampia, forte e solidale base popolare e che consenta un efficiente servizio d’informazione, indispensabile per il coordinamento delle azioni di guerriglia. L’incarico principale affidato a “Mara” (il nome di battaglia di Marisa) è proprio quello di sovrintendere al Servizio Informazioni.

Capii che l’essenziale era avere il maggior numero possibile di contatti, con gente che fosse utile allo scopo, ma anche con elementi qualsiasi della popolazione, soprattutto nei luoghi dov’erano stanziati i presìdi nazifascisti. Mi spostavo ogni giorno in bicicletta, la mia fedele compagna, per decine di chilometri. Avevo alcune staffette che mi portavano notizie da singole località. Io facevo pervenire il resoconto al Comando recandomi all’ ‘appuntamento’: in riva a un torrente, in un boschetto, in una casa abbandonata. Per me era esaltante conoscere ‘il più possibile come stanno le cose’, questo sentimento mi sarebbe rimasto tutta la vita: essere informata di avvenimenti, situazioni, conoscere persone, luoghi, vie d’accesso…ti apriva l’orizzonte sulla realtà circostante”.

Il lavoro di organizzazione, la creazione di gruppi di difesa della donna, le interminabili corse in bicicletta per le valli piemontesi, il contatto diretto con montanari e contadini, i legami con i partigiani comunisti hanno condotto Marisa in un itinerario di formazione umana, politica e sociale che determinerà i tratti identitari del suo impegno politico postbellico all’interno del Partito Comunista Italiano. La sua vocazione pedagogica (che eserciterà peraltro anche presso la scuola ebraica di Torino negli anni sessanta), l’interesse e la vicinanza per la gente verace, “autentica”, la sensibilità antropologica, la partecipazione simpatetica ai disagi e alle sofferenze dei ceti subalterni, e in special modo dell’universo femminile, le impedirono di perseguire la carriera nel partito, addirittura rifiutò una candidatura propostale nel 1972 che l’avrebbe di certo portata a Montecitorio, e optò sempre per una militanza di base, per un impegno civile lontano dalle istituzioni e dalle loro intrinseche logiche di potere.

Il 26 Settembre del ’44 cade, diciannovenne, suo fratello Franco Diena. Gli verrà conferita la Croce al valor militare con la seguente motivazione: “Giovane partigiano, era di esempio ai commilitoni per disciplina, coraggio, dedizione in numerosi attacchi contro forze nemiche e sabotaggi alle loro linee di comunicazione. Nel corso di un’azione contro un’autocolonna avversaria si portava in posizione avanzata e scoperta per potere meglio impiegare la sua arma, ma, colpito mortalmente da una raffica di mitragliatrice, immolava la sua esistenza alla causa della libertà”.

A questo dolore Marisa reagisce né rimuovendo né lasciandosi sopraffare, ma rinnova le sue energie nella consapevolezza del sacrificio eroico dell’adorato fratello e col confortante pensiero di lottare per la medesima, nobile causa.

Nella primavera del ’45 Marisa si trova nell’astigiano, secondo le disposizioni di Barbato. “I partigiani erano ormai all’attacco e si sentiva avvicinare il momento dell’insurrezione. Eccitanti furono i preparativi, e poi le marce di avvicinamento delle formazioni intorno a Torino, e infine la discesa da Superga verso la città. Io però non mi unii ai corpi armati, non sarei stata d’utilità in città. Invece Barbato mi aveva incaricata di organizzare l’approvvigionamento per i partigiani”.

Mara è ancora nelle retrovie, non ha mai velleità di protagonismo.

Scriverà nel 1945: “la Resistenza è il primo atto di volontà del popolo italiano dopo anni di passività, è un grande momento di eroismo di massa, è la lotta unitaria e popolare” che ha fondato la Repubblica.

Marisa ha mutuato questa concezione della politica come impegno civile collettivo da Giorgio, il quale negli anni Trenta frequentava gli ambienti antifascisti gobettiani, la cui parola d’ordine “tutti politici” si opponeva all’individualismo, all’indifferenza borghese e all’accettazione passiva dell’eteronomia generate dal fascismo.

Quando sarà evidente che l’interesse di ciascuno è l’interesse di tutti, allora si chiarirà che la politica è il vivere civile, è partecipazione di ogni cittadino, attraver-so i propri interessi e i propri problemi, alla vita pubblica”. Quest’idea della politica si traduce, nel dopoguerra, in una scelta di vita.

La gente considerava il PCI servo di Mosca, mentre in realtà era fatto di gente che lavorava con passione: questo c’interessava, quello che oggi non c’è più, un impegno civile disinteressato, per la ricostruzione e lo sviluppo della democrazia nel nostro paese”.

Oggi, dopo la scomparsa dei partiti di massa e l’avvento del populismo di destra postdemocristiano che educa all’individualismo borghese e all’alienazione della vita pubblica, la società italiana è organizzata secondo un sistema sedicente democratico che in realtà attribuisce il primato ai governanti circoscrivendo il ruolo politico delle masse lavoratrici, risolvendo il loro “impegno civile” nelle consultazioni elettorali (peraltro sempre meno consapevoli e sempre più falsate dall’intontimento televisivo), e in questo modo delegittima la sfera pubblica in quanto principio di autorità collettiva, di organizzazione sociale, di sovranità popolare.

È forse alla luce di questi cambiamenti epocali che la vicende e il pensiero di Marisa Diena acquistano un nuovo spessore, poiché appaiono reinterpretabili come un monito urgente.

Al telefono le ho detto che la sua avventura sarebbe stata oggetto di un articolo per una serie di storie di ebrei torinesi che Ha Keillah si accinge da questo numero a pubblicare. E Marisa Diena mi dice: “la leggerò con interesse”.

http://www.hakeillah.com/2_09_11.htm

8 thoughts on “Un intenso impegno civile

    • Ma l’assurdo che non trovo nulla su di lei sul web, solo questa intervista. Io ho trovato il suo libro “un intenso impegno civile” per caso a Torino. Quando terminerò di leggerlo parlerò di lei sul blog di donne protagoniste. Abbraccio

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