La famiglia italiana: uomini, donne, figli.

Nel Risorgimento la famiglia italiana, fondata sulla morale cattolica – che aveva ripreso forza a seguito della Restaurazione – fu considerata universalmente il nucleo fondamentale del futuro Stato unitario nazionale. La sua funzione principale, fino a quel momento, era stata quella di mantenere la stabilità dell’ordine costituito, mentre il suo fine ultimo riconosciuto era la generazione della prole.
Valori come la vita religiosa, il lavoro, l’uso dei beni materiali, la proprietà, il perseguimento del bene della comunità, sotto lo sguardo severo e spesso opprimente della Chiesa, erano i principali elementi su cui si fondava la vita della maggior parte delle famiglie risorgimentali.
Nei contesti dove la terra e le campagne rappresentavano il perno della vita lavorativa, la famiglia risorgimentale era ancora di tipo patriarcale, contraddistinta da una rigida divisione dei compiti, che confinava le donne nel chiuso dell’ambiente di casa. Tuttavia il Risorgimento si caratterizzò anche come un periodo di apertura e di relativa autonomia per diverse donne: incoraggiate dal clima patriottico-rivoluzionario, iniziarono ad andare in guerra, ad assistere i feriti, a esprimere le proprie idee in campo culturale e anche le proprie convinzioni politiche, spesso causando dei veri travolgimenti all’interno delle famiglie. Il nucleo familiare rimaneva comunque sotto l’autorità del padre di famiglia.
Il ruolo dei figli e dei giovani mutò con l’esplodere dei moti rivoluzionari: la virilità dell’atto rivoluzionario, il mito della freschezza giovanile, la trasgressione dell’ordine costituito, rappresentato dal dominio straniero, furono tutti aspetti che contribuirono a cambiare la gioventù ottocentesca e risorgimentale.  Iniziò a manifestarsi, inoltre, una netta contrapposizione tra morale e anti-morale, tra tensione individualistica e tutela degli interessi della famiglia. Mariti e padri avevvano tuttavia ancora il potere di usare la forza per disciplinare il comportamento di mogli e figli.
al contrario delle apparenze, nelle idee e nei sogni degli eroi romantici e risorgimentali, l’eventualità di una vita coniugale e familiare tranquilla, solida e ordinaria era vista come una condanna. Personaggi assai diversi tra loro come Garibaldi (che ebbe una vita sentimentale a dir poco tormentata), ma anche come Cavour o Mazzini, divenuti emblema stesso del Risorgimento, non si sposarono mai.
D’altra parte, col tempo, venne costruita un’immagine ideale e artefatta della famiglia risorgimentale che, grazie al proprio spirito di sacrificio e alla propria forza di volontà, tipicamente cattolica, aveva creato lo Stato nazionale. Le figure femminili, le mogli dei combattenti per l’indipendenza, che venivano ritratte al fianco dei mariti o anche la classica rappresentazione dei familiari che attendevano trepidanti le sorti dei soldati in guerra, in quadri che ebbero all’epoca un grande successo di pubblico, erano tutti aspetti alquanto lontani dalla realtà storica di quel tempo.
Alcune coppie di cospiratori, mariti e mogli distanti, amanti, nelle loro lettere affrontavano tematiche come l’amore, la famiglia ma anche questioni politiche e sociali, in termini fortemente innovativi. Emblematico fu il caso di Carlo Pisacane ed Enrichetta di Lorenzo che teorizzarono la carica eversiva della loro trasgressione amorosa, lontana dai rispettivi legami coniugali, ma intesa per la prima volta come legittima, paritaria e rivoluzionaria, in nome di una nuova legge etica fondata soltanto sul diritto di natura, da contrapporre all’ipocrisia della morale convenzionale.
Gianluca Formichi-L’Italia unita-Giunti

Presente e futuro

In  Occidente c’è una forte motivazione al successo. La gente sa cosa vuole e va diritto al suo scopo. Può essere utile, ma nel frattempo, il piacere di vivere va perduto.
C’è un termine buddista che si può tradurre con “senza desiderio” o “senza scopo”. Significa non porsi alcuna meta da raggiungere, perché dentro di sé c’è già tutto.
Quando facciamo la meditazione camminata, non ci proponiamo di arrivare da nessuna parte. Ci limitiamo a fare passi sereni, lieti. Se pensiamo continuamente al futuro, agli obiettivi da raggiungere, perdiamo i nostri passi.
Lo stesso vale per la meditazione seduta. Ci sediamo per goderci la seduta, non per ottenere qualcosa.
E’ un punto molto importante. Ogni istante di meditazione ci restituisce alla vita, perciò quando ci sediamo dovremmo gustare la nostra seduta dal principio alla fine.

Spesso ci diciamo: ”Non restare a guardare, agisci”
Ma praticando la consapevolezza facciamo una scoperta insolita. Scopriamo che può essere più utile l’opposto: “Non agire soltanto, guarda”.
Per vedere chiaramente dobbiamo imparare a fermarci.
Sulle prime, “fermarsi” può sembrare una forma di resistenza alla vita moderna, ma non lo è.
Non è una semplice reazione, è un modo di vivere. La sopravvivenza del genere umano dipende dalla nostra capacità di smettere di correre. Abbiamo più di cinquanta mila bombe nucleari, eppure non riusciamo a smettere di produrne altre.
“Fermarsi” non implica solo arrestare il male, ma anche favorire il bene, la guarigione.

Ecco lo scopo sella nostra pratica, non eludere la vita, ma sperimentare e testimoniare che si può essere felici adesso come nel futuro.

Il fondamento della felicità è la consapevolezza.
La condizione essenziale per essere felici è la coscienza di esserlo. Se non siamo consapevoli di essere felici, non lo siamo mai veramente.
Quando abbiamo il mal di denti, sappiamo che non averlo è una cosa magnifica. Però, quando non lo abbiamo, ancora non siamo felici.
I motivi di gioia sono tanti, ma senza consapevolezza non sapremo apprezzarli.  Praticandola impariamo a proteggere con amore le cose belle. Prendendoci cura del presente, ci prendiamo cura del futuro. Lavorare per un futuro di pace,  è lavorare per la pace nell’attimo presente.
La pace è ogni passo di Thich Nath Hanh

5 passi

Il primo passo nel lavoro con le emozioni è riconoscerle nel momento in cui affiorano: La responsabile di quest’operazione è la consapevolezza.
Nel caso della paura, ad esempio, si tratta di attivare la consapevolezza, guardare la propria paura e riconoscerla come tale. Sapete che la paura nasce da noi, proprio come la consapevolezza?  Sono entrambe dentro di noi, e non sono in conflitto ma l’una si prende cura dell’altra.

Il secondo passo è diventare tutt’uno con l’emozione. Finché ci sarà la consapevolezza, sarà lei a tenere d’occhio la paura. La pratica fondamentale è alimentare la consapevolezza con la respirazione cosciente, tenerla pronta, forte e vitale.
Finché c’è consapevolezza, non c’è pericolo di affogare nella paura. In realtà, cominciate a trasformarla nel preciso istante in cui date vita alla consapevolezza dentro di voi.

Il terzo passo è calmare l’emozione. Calmate le emozioni con la vostra semplice presenza, come una madre che tiene in braccio il suo bambino che piange: Avvertendo la tenerezza della madre, il bambino si calmerà e smetterà di piangere. La madre è la consapevolezza, nata dalle profondità della vostra coscienza, pronta a prendersi cura della sensazione dolorosa.

Il quarto passo è lasciar andare l’emozione, mollare la presa. La calma raggiunta vi fa sentire a vostro agio anche nella morsa della paura e non temete più che raggiunga livelli intollerabili. Rendervi conto che siete in grado di gestire la vostra paura già la ridimensiona, la rende meno aspra e più tollerabile.
Ora potere sorriderle e lasciarla andare; ma non fermatevi lì.
Calmare e lasciar andare alleviano solo il sintomo: ora avete l’occasione di andare più a fondo e trasformare le radici della vostra paura.

Il quinto passo è osservare in profondità. Osservando, capirete cosa vi serve per cominciare a trasformare l’emozione.
Vi renderete conto, ad esempio, che la sua sofferenza ha molte cause, interne ed esterne al suo corpo. Se la causa è nell’ambiente e voi sistemate le cose occupandovi della situazione con tenerezza e sollecitudine, vi sentirete subito meglio.

La pace è ad ogni passo di Thich Nhat Hanh